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Bambini e violenza, un ossimoro spesso tragica realtà

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Il Dott. Raffaele Arigliani, Medico-Pediatra e Direttore scuola di Counselling IMR espone un’interessante analisi su un tema estremamente delicato: il rapporto tra violenza e i bambini

Violenza e bambini, due termini che dovrebbero essere sempre distanti, ma che purtroppo, talvolta, sono vicini. Ogni diritto mancato è una violenza nei confronti del minore. Questo è il tema presentato e lucidamente analizzato dal Dott. Medico-Pediatra e Direttore scuola di Counselling IMR Raffaele Arigliani nell’ambito di un progetto educativo finalizzato a riconoscere e prevenire la violenza sui minori.

Il tema viene affrontato attraverso una chiave di lettura per alcuni versi innovativa: ogni diritto mancato è una violenza dei confronti del minore. 

Dottore, parlare di bambini e violenza, credo sia sempre difficile e doloroso. Come avvicinarci a questo argomento? 

Chiunque abbia figli sa bene come la maternità o la paternità cambino la vita. Io ne ho 5 di figlioli, tre maschi e due femmine, oramai grandi.  

Quando mi viene chiesto quale stile educativo abbia usato, con assoluta sincerità devo dire che non lo so. Certo ho fatto tante letture sui temi educativi, ma la vita vera, quella che si misura in notti insonni, coliche, rigurgiti, lavatrici, danaro che non basta, visioni diverse con la moglie, fatica, paure, ansie, etc.. Quella non la impari dai libri. I figli ti costringono a fare i conti con te stesso, con la tua capacità di donarti, con la distanza che c’è tra la teoria e la pratica.

Con i miei figli ho cercato di mettermi in ascolto, di puntare a costruire armonia in famiglia ricominciando daccapo dopo ogni crisi (in media ogni ora!), di essere accogliente ma al tempo stesso chiaro nelle poche regole, di sincronizzarmi con mia moglie nelle frequenti divergenze di opinioni su cosa fosse giusto (ad incominciare dal nome dei figli!), quale pappa, la scuola da frequentare, dove passare il Natale, e così via. 

E il bilancio che oggi posso fare è che, in realtà, per tanti versi, sono stati i figli a ‘educare me’, cioè a farmi diventare un adulto diverso, a farmi crescere umanamente e anche comprendere meglio il mio lavoro di Pediatra per aiutare i genitori nel loro difficile mestiere”.

“La violenza è tutto ciò che nega ai bambini la possibilità di sviluppare a pieno le proprie potenzialità”

Ci dice più nel dettaglio  quest’ultimo concetto? Cosa si deve intendere per violenza sui bambini? 

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la violenza come ‘l’uso intenzionale di forza fisica o di potere che ha come conseguenza o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare un danno fisico e/o psicologico, l’alterazione dello sviluppo, la deprivazione’. Sostanzialmente, nel caso dei bambini, è un vero e proprio strappo nelle loro vite e nell’iter delle loro potenzialità. In ogni caso bisogna distinguere ‘forza fisica’ e ‘potere’ perché sono due cose diverse: ciascun adulto ha un potere sul proprio figlio, sul bambino, e quando il potere è usato nel modo sbagliato diventa equivalente alla forza fisica.

La violenza è tutto ciò che nega ai bambini, e poi agli adolescenti, la possibilità di sviluppare a pieno le proprie potenzialità, perché tarpa loro le ali dell’autostima, della creatività, della libertà, dell’integrità fisica e psichica.”

Cinque diverse tipologie di violenza

E’ corretto affermare che esistono diversi tipi di violenza nel rapporto con i bambini? Quali sono?

“Assolutamente si. Possiamo distinguere 5 tipologie differenti. Violenza fisica, psicologica, assistita, legata alle patologie della cura e violenza sessuale. La prima, quella fisica, è tutto ciò che fisicamente si intende per violenza sul corpo, dallo schiaffo a maltrattamenti reiterati. Inoltre, ed è molto importante averlo chiaro, ciò che è fisico è sempre anche psichico. Per intenderci: dare anche un singolo schiaffo provoca profonde ferite nella psiche del bambino. 

La violenza psicologica ha moltissime forme nella quali si esercita, ma il risultato è sempre lo stesso: la costrizione del bambino ad intraprendere percorsi non scelti da lui. Potremo sintetizzarla come la violazione della sua integrità e delle sue potenzialità. 

La  violenza assistita si concretizza quando il bambino assiste a scene di violenza in famiglia. Psicologicamente è come subire una violenza diretta, per alcuni aspetti anche peggio perché più subdola e pervasiva in quanto anche le possibili reazioni sono inibite, mentre si crea un senso di colpa e di inadeguatezza per non riuscire a portare pace e difendere il genitore più debole. 

Un’altra forma di violenza – prosegue il Dott. Arigliani – è relativa alle patologie della cura ed ha due forme principali: quando il bambino viene curato troppo poco, parliamo di incuria. Al contrario se si eccede con cure di cui il bambino non avrebbe bisogno si parla di ‘ipercura’. Questa forma ossessiva di cura verso il bambino nasconde bisogni da parte della madre (o del padre) di sentirsi per forza al centro della vita del bambino

L’ultima tipologia, e forse la più nota, è l’abuso sessuale. Questa forma di violenza, lascia tracce per tutta la vita, anche se se ne può venire fuori se il bambino e poi l’adolescente riesce a parlarne e, con ciò, ad estirpare i mostri che sono nati dentro di lui. Un bambino che subisce di abusi sessuali, si sentirà lui stesso responsabile della violenza, sporco, colpevole. Solo se la verità verrà a galla, se il violentatore verrà allontanato, attraverso lunghe e amorevoli cure psicoterapiche il bambino potrà ‘liberarsi’. Una delle cose più tristi è che quando questo processo di guarigione non si attiva, spesso il soggetto che ha subito violenza diverrà a sua volta un violentatore, in una spirale di dolore che coinvolge generazioni“.

Analisi di rilievo, quella del Dott. Raffaele Arigliani, che illustra un tema estremamente delicato, su cui ritorneremo per leggere la realtà in Italia. 

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I bambini italiani e la guerra in Ucraina, l’analisi del Dott. Arigliani

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Il Dott. Raffaele Arigliani, Pediatra, tra i maggiori esperti italiani del counselling sanitario, ci pone in guardia sui rischi che corrono i bambini esposti a notizie sulla guerra e le violenze in Ucraina 

Trattare il problema della guerra non è opera semplice. Ciò diventa ancora più complicato quando i destinatari del discorso sono i bambini. Lei cosa pensa? 

Le immagini della guerra in Ucraina vanno mostrate ai bambini e ai ragazziO meglio, come preservarli agli orrori della guerra?

“Penso che il discorso sia da fare articolandolo. Rispetto alla guerra in corso si tratta di ridare ai bambini e ai ragazzi “potere”, accrescere empowerment. L’empowerment  è trovare la forza in se stessi, riuscire a farlo è una grande conquista. Ciò che rende sconfitti e crea fratture interiori è il sentirsi impotenti, esatto opposto di empowerment. Victor Frankl nel suo libro ‘uno psicologo nel lager’ ci racconta questo molto bene: quando i nazisti nel lager toglievano tutto, pure nessuno poteva privarlo della sua dignità e della consapevolezza di essere persona unica ed insostituibile. Ai bambini e ai ragazzi bisognerebbe dare la possibilità di ricevere informazioni sulla guerra senza rimanerne schiacciati, che diventino occasione di crescita della sensibilità personale e sociale”.

L’informazione andrebbe posta in maniera diversa nelle varie fasce d’età? 

“Ai più grandicelli, bisognerebbe parlare spiegando concretamente come la guerra nasce dalla mancanza di dialogo, mostrando che ciascuno può divenire costruttore di pace a partire dal proprio mondo. Ai ragazzi possiamo insegnare a vivere gli antidoti alla guerra: la solidarietà da subito e concreta verso chi ha bisogno. L’ allenamento ad ascoltare ciascuno che parla senza interrompere, con lo sforzo di capire le sue ragioni. Il cercare, quando si è in disaccordo di vedere prima ciò su cui siamo in intesa e di li partire, ecc.. Questi sono alcuni modi di affrontare la diversità di opinioni o interessi, facendo toccare con mano come il confine tra pace e litigio-guerra sia il più delle volte nelle nostre mani”.

“Nel trasferire informazioni ai ragazzi dovremmo puntare a sviluppare una coscienza critica”

Cosa pensa delle modalità con le quali riceviamo informazioni su questa e sulle altre guerre o problemi del mondo? 

“Uno dei grandi problemi di oggi è che, pur se le azioni dei singoli stati sono sempre più interconnesse e reciprocamente condizionantesi, le notizie con le quali ci costruiamo un’opinione sono invece  frammentarie e distorte. Nel trasferire informazioni ai ragazzi dovremmo puntare a sviluppare una ‘coscienza critica’ non solo sulle singole problematiche ma anche sulla capacità di raccogliere informazioni. 

Ad esempio oggi, al tg2, è stato evidenziato che i media cinesi non parlavano della guerra in Ucraina ma delle paraolimpiadi, sottolineando che da ciò deriva una ridotta capacità dell’opinione pubblica cinese nel reagire alla guerra. Sembra assurdo vi sia una tale disinformazione. Ma è la stessa cosa che abbiamo fatto noi per anni con Sira e Sudan, ad esempio! L’ attuale dramma ci offre la possibilità di guardare anche questi aspetti e di aprire gli occhi ai ragazzi. Però vi è un problema a monte: noi stessi siamo consapevoli di tutto ciò? Ho seri dubbi”.

 Il Dottore Arigliani continua  sottolineando un’importante duplice distinzione: quella tra ‘il linguaggio dei ragazzi’ ed il ‘linguaggio degli adulti’ e la conseguente distinzione tra educazione ed informazione. “Se come genitore o docente non parlo il linguaggio dei ragazzi che ho di fronte, variabile per età e sensibilità, ma il mio linguaggio di adulto, allora non avrò fatto veramente opera di educazione (che potremo tradurre come un insieme di azioni che aiutano ad accrescere le potenzialità personali e sociali del nostro discente), ma di informazione, talora non scevra di potenziali danni e traumi”.

“Nel parlare ad un bambino dobbiamo trasmettere la certezza che il bene vincerà sempre”

Avviandoci alla conclusione, potrebbe sintetizzare in maniera semplice come parlare ai bambini sotto i 6 anni di ciò che sta accadendo in Ucraina?

“Parlare a più piccoli – prosegue il Dott. Arigliani – richiede di utilizzare metafore, favole, storie, attraverso le quali possano incontrare la realtà ma anche elaborarla secondo la propria dimensione. Certamente bisogna non esporli a immagini di violenza, morte, distruzione. La TV, soprattutto con i TG, dovrebbe essere sempre spenta in una casa dove  vi sono i bambini! Non ha alcun senso esporli alla guerra dei tg e alle angosce e al terrore che ne deriva. Gli echi della guerra certamente arriveranno ugualmente loro, però non saranno così dirompenti e dovrebbero potere sempre essere accompagnati dalla presenza di un adulto che sia in grado di “accompagnare” e aiutare ad elaborare. Si può parlare della guerra ma senza esagerare, soprattutto per chiedere loro ‘di raccontarcela’, perché ogni paura abbia la possibilità di essere espressa e non rimanga un fantasma nascosto che abita ‘il buio’ del non detto.

Bisogna avere chiaro che il bambino, almeno fino ai 6 anni, guarda la realtà in cui lui è il centro di tutto. Ad esempio per un bimbo non vi sono dubbi che il sole sorga per un solo motivo, per causa sua. Il bimbo non ha dentro di sé i codici per leggere la violenza e il dolore di altri bimbi  come qualcosa di esterno, di cui non ha colpa. ‘Last but not least’, nel parlare ad un bambino dobbiamo trasmettere la certezza che il bene vincerà sempre, o che comunque potremmo sempre lottare perché ciò avvenga“.

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Rassicurazione di un paziente: i limiti e le possibilità del medico

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Tutte le difficoltà che deve affrontare un medico di fronte alle paure e al bisogno di rassicurazione di un paziente

Partiamo da una storia, perché le storie si capiscono meglio.

Sono affetto da insufficienza mitralica di grado moderato, e mi sottopongo all’ecocardiogramma di routine per monitorarne l’andamento. La dottoressa esegue l’esame, e al termine mi dice – Venga nel mio studio. Una comunicazione differente da quelle degli ultimi anni che terminavano con un – Siamo bene sa, Sig. Gilardi. Una volta nello studio mi dà l’informazione di un peggioramento nella dimensione del ventricolo sinistro, come prima o poi atteso. Una volta terminate le spiegazioni aggiunge: – Ma non si preoccupi – e lo ripete più di una volta”.

A suo modo e per quanto conosce, la Dottoressa cerca di rassicurarmi. Cerca cioè di anticipare o intervenire sull’impatto che un’informazione negativa ragionevolmente ha nelle persone, anche se in misura molto differente. Ora le domande di rito.

Prima domanda: Era obbligatorio quel “Non si preoccupi?” detto dalla Dottoressa?

Certamente no, il modo di gestire l’impatto delle informazioni negative che noi diamo agli altri, dipende dalla propria sensibilità personale oltreché attenzione agli altri.

Seconda domanda: La rassicurazione ha una funzione positiva nelle relazioni?

Certamente sì, e nel seguito dell’articolo spiegherò meglio perché e come.

Terza domanda: Mi sono sentito rassicurato dalla frase della dottoressa?

Probabilmente no, ma non per sua responsabilità, quanto per il mio modo di funzionare. Nel seguito dell’articolo spiegherò perché questo non è avvenuto, oltre a fornire possibili alternative di efficacia correlate all’impegno che richiedono.

“Conosci te stesso”, direbbe la scritta nel tempio di Apollo e Delfi.

Qual è il mio modo di funzionare?

L’importanza della rassicurazione nei confronti di un paziente alle prese con un’informazione

Io mi preoccupo e poi mi rassicuro nei modi e nei tempi adeguati all’impatto dell’informazione.

Tutti noi siamo “fatti un po’ male”, ma tutti noi siamo interessanti come esseri viventi. Perché offriamo a noi stessi molte occasioni per studiarci a fondo e comprenderci, a patto di averne l’intenzione e la possibilità.

Vediamo meglio questo binomio paura-rassicurazione o preoccupazione-rassicurazione. Poichè la preoccupazione è una paura che cerchiamo di ridimensionare per non spaventarci troppo, persino con il termine che utilizziamo.

All’inizio degli anni novanta del secolo scorso, sono prima formatore del Metodo Gordon (Leader Efficaci, Genitori Efficaci, Insegnanti Efficaci). Un approccio diffuso in tutto il mondo e dal quale in moltissimi hanno attinto contenuti e intuizioni. A partire dal famigerato e famosissimo “Ascolto Attivo”. In seguito divento anche Trainer in Italia di tutti i nuovi e vecchi Formatori abilitati alla diffusione di questo metodo.

Tra i vari contenuti spiccano certamente le “Barriere alla comunicazione”, ideate da Gordon per spiegare cosa non funziona dal suo punto di vista in una relazione d’aiuto, quali modalità comunicative sono d’intralcio ad una relazione positiva e favorevole, quando una persona è in difficoltà.

Tra queste 12 tipologie di risposte considerate negative viene nominata anche la nostra amica “Rassicurazione”. Si tratta di quelle risposte che le persone normalmente offrono agli altri quando sono in difficoltà.

Ogni persona, nel momento in cui prova un sentimento di paura ha bisogno e si giova della rassicurazione

Se ognuno di noi può raccontare episodi nei quali la rassicurazione ricevuta non è stata d’aiuto, ma ha fatto nascere sentimenti ancor più negativi (come quando ad esempio siamo arrabbiati e qualcuno ci dice che non dovremmo esserlo), è anche vero che, considerare uno strumento relazionale così prezioso come la Rassicurazione, una “Barriera alla Comunicazione”, in modo così assoluto e meccanico, è una vera e propria scemenza.

Ognuno di noi, nel momento della paura, ha bisogno e si giova di una rassicurazione. Autoindotta, come quella del sottoscritto prima citata, o etero indotta, come quella che può attuare un Medico o un altro Professionista delle Relazione d’Aiuto. In qualsiasi contesto queste relazioni avvengano. E noi mettiamo in atto miriadi di comportamenti che cercano la rassicurazione, quando siamo in una posizione di squilibrio. A partire da un rumore forte e inaspettato che ci fa trasalire.

Piuttosto che demonizzare questo strumento prezioso, possiamo capire come farlo funzionare al meglio. Educarne per così dire l’utilizzo, sia nel riconoscere il contesto e il momento in cui si rivela utile, sia nel considerare il modo più efficace per raggiungere l’obiettivo e le condizioni che ne consentono l’utilizzo.

Il binomio “Paura” – “Rassicurazione” è inscindibile, proprio perché la paura minaccia il nostro bisogno di sicurezza, come direbbe Abraham Maslow, richiamando la sua gerarchia dei bisogni.

Posto che queste poche parole servano a rispondere alla seconda domanda, sottolineando la insostituibile funzione positiva della rassicurazione, veniamo alla terza di domanda: “Perché non ha ottenuto l’esito desiderato?”.

Il binomio paura-rassicurazione è inscindibile. Esistono due tipi diversi di paura: motivata e immotivata

Per prima cosa possiamo riflettere sulle tipologie di paure che le persone possono avere in occasioni simili. La prima suddivisione riguarda un vero e proprio spartiacque. La paura può essere di due tipologie:

  • Paura motivata
  • Paura immotivata

La paura motivata è una emozione correlata a fatti concreti, a cose che effettivamente accadono o possono accadere. Ed è una emozione che ci prepara all’evento, che ci fa prendere precauzioni, che ci protegge ed è quindi sana. Quando dobbiamo attraversare la strada, per non essere investiti (paura), guardiamo a destra e a sinistra prima di attraversare. In questi casi la rassicurazione ha probabilità più o meno elevate di essere efficace, di raggiungere il suo obiettivo. Che è quello di calare l’impatto energetico della paura, per ritrovare condizioni di maggiore equilibrio e serenità.

La paura immotivata, che spesso si configura con altre nomenclature come ansia o angoscia, non ha un oggetto vero e proprio cui collegarsi. E’ uno stato d’animo di allerta senza che si prefiguri un vero e proprio pericolo, senza che si possa identificare una effettiva minaccia. Non a caso questo allarme non cessa con la rassicurazione, di qualsiasi tipo, perché non esiste alcun appiglio preciso cui fare riferimento. Nessuna informazione specifica da fornire. Senza entrare nei dettagli del DSM V, ancora una volta non è un caso che in questa seconda tipologia di paura si configurino spessi disturbi d’ansia, nevrosi e con altri confini psicosi. La paura immotivata viene normalmente trattata da profili professionali formati nello specifico, ed esula dal tema della rassicurazione sul quale vuole riflettere questo articolo.

Possiamo quindi tornare alla prima tipologia, la paura motivata, per approfondire metodo e condizioni di applicazione della rassicurazione.

Quando inizio a scrivere questo articolo, chiedo a mia moglie: “Secondo te, l’informazione che ho ricevuto, quale tipo di paura potrebbe aver sollecitato?”. La sua risposta è immediata: “Beh, la paura di morire, di non esserci più”. “Sbagliato”, le rispondo sorridendo.

Una spiegazione esauriente di un problema può rendere la paura meno generica e la rassicurazione è più definita

Un peggioramento conosciuto delle condizioni del proprio cuore, organo evidentemente più vitale di altri, potrebbe sollecitare differenti “paure” o pensieri turbativi. Non solo la paura di morire. Potrebbe sollecitare la paura del dolore fisico, potrebbe sollecitare la paura di un cambiamento di vita. Potrebbe sollecitare la paura di perdere relazioni significative, di un futuro condizionato pesantemente, di limitazioni importanti da dover digerire.

Poi aggiungo alla risposta sbrigativa data a mia moglie “Sbagliato”, i miei pensieri. Spiegando le possibili alternative che si potrebbero presentare, nel caso il peggioramento arrivi al limite soglia del dover intervenire: riparazione o sostituzione della valvola mitralica. Poi aggiungo altre informazioni in mio possesso, dicendo che la preoccupazione futura primaria, è il rischio di dover fare una operazione “a cielo aperto”. Con le possibili incognite che rappresenta.

Con queste informazioni, la mia paura non è più solo generica, vaga, così come generica potrebbe essere la rassicurazione tentata con quel “Non si preoccupi”. Inizia ad assumere contorni più definiti. E quando i contorni sono più chiari e nitidi al punto da identificare con precisione l’oggetto della paura, consentono di organizzare al meglio anche la possibile rassicurazione.

Quando i contorni della paura sono più chiari e definiti, si può organizzare meglio la possibile rassicurazione

Quando è stato aperto l’Hospice nella mia città di residenza, San Vito al Tagliamento, ho fatto un paio di giornate formative con tutto il gruppo di Professionisti della Salute che avrebbe operato in quella struttura, una formazione centrata sul Lavoro di Gruppo, ma visti i miei precedenti come Consulente della Agenzia Regionale della Sanità FVG sul progetto “Ospedale senza dolore” lanciato in Italia del Prof. Umberto Veronesi, per facilitare il confronto in un contesto del genere, propongo alcune attività a partire da alcuni possibili timori del morente:

  • La paura dell’ignoto
  • Il senso di solitudine
  • L’angoscia esistenziale
  • La perdita del corpo
  • La perdita del controllo di sé
  • Le cose irrisolte o sospese
  • La gestione del patrimonio
  • Il dolore e la sofferenza
  • La perdita di identità
  • La perdita di dignità
  • La regressione

Attività che non avevano la finalità di formare Medici e Infermieri alla gestione di tutte queste voci. Semplicemente volevano facilitare la comprensione dei possibili mondi che avrebbero incontrato, giusto per non rimanerne spiazzati. E calibrare le loro eventuali parole in modo non casuale. Vediamo di comprendere meglio questo passaggio, che si collega direttamente all’ultima parte dell’articolo. La parte nella quale prenderò in esame le possibili alternative di rassicurazione, correlate ad intenzione ed impegno richiesto.

Nella gestione di un colloquio clinico, la prima parte del dialogo riguarda l’attività di comprensione

Nella gestione di un qualsiasi colloquio clinico, la prima parte del dialogo viene svolta con attività di comprensione. Tendenti normalmente a operare la cosiddetta “Analisi della domanda”, quando necessaria. Un passaggio che dovrebbe riguardare anche ogni persona che riceve una qualsiasi domanda. E che, prima di apprestarsi a fornire una qualsiasi risposta, potrebbe e forse dovrebbe accertarsi di averla capita quella domanda.

Comprendere la domanda serve per rispondere in modo pertinente.

Comprendere il tipo di paura, consente di cercare rassicurazioni in modo pertinente.

Se la paura è motivata, cercare di definirne meglio i confini, permette di attingere a informazioni specifiche direttamente collegate. Se la paura è l’operazione a cielo aperto, e se quella paura ancora un po’ generica viene resa ancor più specifica, un Medico potrebbe avere molte informazioni di tipo rassicurante. Atte a ridurre il senso di insicurezza, utili a preparare il Paziente al proprio futuro, immaginandolo in modo reale e non fantasioso.

Se la paura è motivata, definirne i contorni permette di avere informazioni più specifiche e dare le giuste rassicurazioni

Proviamo a tradurre tutto questo in una sequenza operativa.

  1. Il Medico fornisce l’informazione spiacevole.
  2. Il Paziente ha un impatto, il più delle volte costituito da assenza di parole, ma solo di vaghe espressioni del viso e del corpo.
  3. Il Medico osserva l’impatto che le sue informazioni hanno avuto sul Paziente.
  4. Il Medico pone una domanda: “Cosa la preoccupa?”
  5. Il Paziente fornisce informazioni a partire dalla sua zona intima
  6. Il Medico, in base alla risposta del Paziente, organizza le sue informazioni di rassicurazione

Tutto qui verrebbe da dire? Basta fare una domanda sintetica: “Cosa la preoccupa?”.

Non basta chiedere a un paziente cosa lo preoccupa: servono attenzione, intenzione e competenza

Purtroppo no, non è tutt’oro quello che luccica.

Per fare questa domanda sono necessarie tre condizioni da parte del Medico:

1) Attenzione; 2) Intenzione; 3) Competenza.

  1. l’Attenzione necessaria ad osservare quanto accade nel Paziente e a raccogliere le informazioni che la sua prossemica offre;
  2. L’Intenzione di entrare in una tipologia relazionale non tecnica, non specifica, non esclusivamente legata alle conoscenze mediche in suo possesso
  3. La Competenza necessaria per gestire l’ascolto del Paziente. Decodificare le sue informazioni. Organizzare le informazioni di rassicurazione ed esprimerle con linguaggio correlato alla cultura e all’esperienza del Paziente. Contenere le emozioni e le espressioni del Paziente nei limiti di tempo consentiti.

Le prime due voci, Attenzione e Intenzione, non sempre sono presenti nella volontà e nella possibilità di un Medico. Tre sono gli episodi della mia vita personale che confermano quanto appena espresso.

Attenzione e intenzione non sempre sono presenti nella volontà e nella possibilità di un medico

Il primo riguarda la comunicazione della diagnosi infausta ricevuta a trentaquattro anni, riguardante il tumore al collo dell’utero della mia prima moglie. In piedi in mezzo al corridoio, un Medico mi snocciola le informazioni sul possibile stadio di gravità. Sulle possibilità di sopravvivenza a breve, medio e lungo termine, sui passaggi che verranno proposti a lei e a me. Al termine di questo malloppo sono visibilmente in difficoltà, piegato in due fisicamente. Ma non ricordo alcun gesto di quel Medico per aggiungere parole di umanità alla scientificità, neppure sotto forma di domanda.

Il secondo riguarda la comunicazione al sottoscritto da parte del Primario che ha fatto il primo intervento. Sulla impossibilità di operarla per le troppe aderenze che il tumore ha messo in atto negli organi circostanti. Ricordo il suo tono di voce secco che descrive l’aver aperto l’addome di mia moglie, e averlo richiuso subito dopo, per quanto osservato. Ricordo la sua rabbia veicolata con le parole, una rabbia che sembrava rivolta a me. Ma che in realtà era l’espressione della sua frustrazione di fronte ad una persona così giovane, con un futuro così breve di fronte. Frutto dell’impotenza provata e non resa consapevole, in realtà mal gestita, per così dire “vomitata” alla prima persona incontrata. Come se quel Medico fosse tutto concentrato sui sentimenti che lui provava in quella situazione. E minimamente interessato all’impatto che le notizie avevano su di me.

Importanti aspetti sono legati anche alla comunicazione di eventuali diagnosi infauste

Il terzo riguarda il Medico radioterapista che mi informa circa il possibile esito dell’intervento di radioterapia, con possibilità di successo ridotte al 15%. Nonostante sia cosa di trentacinque anni fa, ricordo come allora il suo viso. Un volto che esprime compassione, dispiacere. Ma al tempo stesso l’incapacità di esprimerlo in qualsiasi modo, al punto da passarlo solo nel silenzio dei numeri. Una completa assenza di intenzione di dare attenzione al sottoscritto.

Attenzione e Intenzione dunque le prime due condizioni. Perché certamente non è un obbligo, un dovere per un Medico occuparsi dell’impatto che le sue informazioni spiacevoli hanno sul paziente. E’ una scelta, una possibilità data dalla sensibilità personale, dal modo di intendere umana una professione tecnica. Dalla formazione ricevuta, oltreché dal bagaglio di esperienze e relazioni personali vissute nella propria storia.

La gestione della parte umana della relazione tra medico è paziente è un aspetto per nulla semplice da affrontare

Ed inoltre Competenza, la terza voce, perché la gestione della parte “umana” della relazione Medico Paziente, non è affatto semplice.

Sorvoliamo per ora sulle componenti di aggressività da parte di Pazienti, che nel tempo pazienti lo sono diventati sempre meno. Per il resto della popolazione, un Paziente sovente non parla, non esprime la sua interiorità di pensieri e sentimenti. A volte si fa scrupolo. Alcune volte non si sente capito o teme di non esserlo. Si può percepire la fretta del Medico. A volte ha soggezione. A volte si sente in difetto per tutto questo. Ma quando un Medico grazie alle due condizioni prima citate pone quella domanda, “Che cosa la preoccupa?”, apre una dinamica che richiede competenza per la sua evoluzione, possibilmente positiva.

Solitamente un paziente non parla, non esprime la sua interiorità di pensieri e sentimenti

Una dinamica che richiede un tempo più o meno lungo per la sua evoluzione a seconda del contenuto. Un tempo che non sempre il Medico è disposto o può concedere, limitazioni che pongono a confronto il Medico, con la sua competenza nella gestione del contenimento, non solo del dialogo in termini di competenze comunicative.

Quando una persona vede una porta davanti a sé, e quella domanda “Cosa la preoccupa?”, è indicativa di questa metafora, quando vede la porta aperta entra, ma non si sa come abita lo spazio reso disponibile. C’è chi inizia a iperdettagliare, chi si sfoga di fatti e fatterelli e luoghi e persone. C’è chi si apre emotivamente singhiozzando, c’è chi diventa letteralmente incontenibile.

Si tratta quindi di contenere senza penalizzare, raccogliere solo quanto utile lasciando l’inutile, interrompere o fermare l’alluvione senza interventi traumatici, un delicato equilibrio da comporre.

Ci vuole competenza per l’utilizzo di un linguaggio adeguato al contesto e alla persone che ha bisogno di rassicurazioni

Ci vuole competenza per ascoltare, decodificare, verbalizzare quanto raccolto, contenere e cogliere i vari piani comunicativi presenti in quanto ricevuto. E ci vuole anche per organizzare una risposta di rassicurazione. Una competenza relativa all’uso del linguaggio adeguato al contesto e alla persona, alla costruzione di un un contenuto documentato e non anedottico, alla capacità di sintesi esemplificativa concreta e tangibile.

Tutte competenze che favoriscono la componente principale che sta alla base del processo di rassicurazione: la fiducia.

Per rassicurare se stessi attraverso le parole di altri, i Pazienti devono avere completa fiducia nel Medico. Perché la rassicurazione richiede una sorta di affidamento, di abbandono, di messa nelle mani di altri della propria sorte.

Il processo di rassicurazione è la metafora dell’abbandono nel senso positivo del termine, non del distacco. Un abbandonare i propri timori per accogliere e credere nelle ipotesi e nelle informazioni del Medico.

La conclusione è che molte persone che non si sono vaccinate hanno avuto semplicemente paura e non hanno dato rassicurazioni alla propria paura

Per concludere, se cerchiamo di calare tutto questo articolato pensiero nella situazione attuale in merito alla faccenda Covid, possiamo facilmente notare che, tolte quelle persone ideologicamente negazioniste, quelle del 5G, del complotto tra Papa Francesco, Bill Gates, Jeff Bezos e le scie d’argento, tolte quelle persone che fanno di omeopatia e naturopatia e veganesimo una forma di integralismo e fondamentalismo talebano rifiutando ogni intervento della medicina ufficiale, tolte quelle persone che si connotano ontologicamente antisistema, tolti i provocatori di mestiere delle formazioni neofasciste o ultras di ogni derivazione, possiamo facilmente osservare che una fetta importante di popolazione che non si è vaccinata, ha semplicemente paura, e non ha dato una risposta rassicurante alla propria paura.

Una fetta importante di questa popolazione, non è stata intercettata dal Servizio Sanitario Nazionale. Neppure attraverso la rete capillare di Medici di Medicina Generale. Ed è rimasta preda della confusione e della malafede che ha impazzato su questa tematica da un anno e mezzo a questa parte.

La rassicurazione è una cosa realmente molto seria, da prendere in considerazione.

di Roberto Gilardi, Il Counselling Situazionale, 2019

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IMR e Paginemediche: nasce una nuova e ambiziosa partnership

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Digital Health, soft skill e formazione: i pilastri del rapporto tra l’agenzia e la piattaforma digitale

Digital Health, soft skills e formazione specialistica sono i pilastri della partnership tra Italian Medical Research, agenzia specializzata in formazione e ricerca in ambito medico scientifico e leader nella formazione al counselling sanitario e Paginemediche, la piattaforma digitale integrata che facilita la connessione fra medici e pazienti migliorando la gestione della salute dalla prenotazione della visita alla possibilità di usufruire del teleconsulto.

Attraverso la propria piattaforma di e-learnig, Italian Medical Research offre ai professionisti della salute italiani un aggiornamento costante. Aggiornamento fruibile da ogni device e in ogni momento. Paginemediche arricchisce, così, la sua offerta di servizi.

L’obiettivo è continuare a supportare l’evoluzione della professione medica e dei suoi processi di gestione della pratica clinica. Il tutto anche grazie all’utilizzo di nuove skill e servizi digitali.

La partnership punta anche al miglioramento delle attività di prevenzione

 “Sono contento di questa nuova partnership che ci permetterà di avere un’offerta formativa in ambito di Digital Health unica in Italia e che permetterà ai nostri 50.000 sanitari di rispondere in modo competente alle esigenze dei propri pazienti.

La partnership che stiamo costruendo va anche oltre i percorsi di formazione e guarda a progetti complessi. Progetti che mirano a un miglioramento delle attività di prevenzione, a una riduzione della spesa sanitaria e a un processo di umanizzazione delle cure. E ciò potrà permettere a molti anziani di poter vivere la propria casa e gli affetti familiari fino alla fine”, afferma Antonio Arigliani, Ceo di Italian Medical Research.

Portare il nostro know ai medici e  promuovere la Sanità digitale nell’interesse dei pazienti, dei caregivers e di tutti gli stakeholder del sistema sanitario è il nostro scopo. Questa partenership ci permette di compiere un importante passo in avanti e di unire divulgazione ed esperienza in un mix utile e di facile fruizione”, sottolinea Graziella Bilotta, CEO di Paginemediche.

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Foto tratta dalla pagina University of Manchester

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