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I benefici del vaccini: evitate 12mila morti dall’inizio della campagna

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Il risultato scaturisce dallo studio della Fondazione Bruno Kessler e riguarda l’uso e i benefici dei vaccini dall’inizio della campagna

Uno studio della Fondazione Bruno Kessler, con la collaborazione di diverse istituzioni sanitarie, tra le quali l’ISS e il Ministero della Salute, ha dato conferma del fatto che i vaccini rappresentano lo strumento necessario per combattere la pandemia. Dall’inizio della campagna, infatti, si stima che c’è stata una riduzione delle morti quantificabile in 12mila persone in meno rispetto all’inizio della campagna. Benefici più che tangibili.

Un risultato che apre anche alla considerazione che è stato possibile riprendere la vita sociale. Una ripresa che diventa totale se si riesce a raggiungere il 90% delle persone vaccinate. I ricercatori, inoltre, hanno anche evidenziato che l’impatto delle varianti ha trovato grande contrasto nelle vaccinazioni nel mese di luglio e agosto di quest’anno.  

Le campagne di vaccinazione contro il COVID-19 – scrivono i ricercatori – stanno consentendo il progressivo rilascio delle restrizioni sul distanziamento fisico in molti paesi. Tuttavia, la diffusione globale della variante Delta altamente trasmissibile ha probabilmente soppresso le possibilità residue di eliminazione di SARS-CoV-2 attraverso la sola immunità di gregge”.

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Vaccini anti-Covid, evitati 20 milioni di morti in tutto il mondo

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I dati risultano da uno studio basato su modelli matematici pubblicato su ‘Lancet Infectious Diseases’

I vaccini anti-Covid 19 hanno salvato circa 20 milioni di persone in tutto il mondo. È questo il risultato di uno studio basato su modelli matematici pubblicato su ‘Lancet Infectious Disease che ha analizzato il primo anno in cui sono stati lanciati i vaccini. Si tratterebbe dunque di un vero e proprio dimezzamento del potenziale bilancio delle vittime globali del coronavirus durante quel preciso lasso di tempo. 

Quali sono i fatti principali derivanti da questo studio? È possibile evidenziare 4 punti fondamentali: innanzitutto il dato madre, ovvero le 19,8 milioni di vite salvate su un potenziale di 31,4 milioni di decessi durante il primo anno dall’introduzione del vaccino, da dicembre 2020 a dicembre 2021. Nello specifico, lo studio ha esaminato i dati sui decessi Covid e i dati sui decessi in eccesso in 185 paesi diversi. Il secondo punto, strettamente collegato al primo, mostra come i vaccini abbiano salvato la maggior parte delle vite nei paesi ad alto e medio reddito. Questo sarebbe la conseguenza di un maggior accesso ai vaccini in questi paesi, accesso che ha permesso di salvare 12,1 milioni di persone

Il terzo fatto principale che emerge dalla ricerca del Lancet è il ‘notevole impatto globale’ della vaccinazione sulla pandemia, come affermato da Oliver Watson, autore principale dello studio. L’esperto ha voluto infatti evidenziare l’influenza a 360° del vaccino, anche sotto un punto di vista mediatico oltre che strettamente sanitario. La quarta ed ultima riflessione che emerge dallo studio, seguendo gli stessi ricercatori, è che si sarebbero potuti evitare quasi 600.000 morti in più se l’obiettivo dell’Oms di vaccinare il 40% della popolazione di ogni paese, entro la fine del 2021, fosse stato raggiunto. 

La protezione indiretta del vaccino

Altro dato interessare da menzionare è la protezione indiretta offerta dal vaccino. Più dettagliatamente, se l’80% dei decessi è stato evitato a causa della protezione diretta fornita dalla vaccinazione, 4,3 milioni di decessi sono stati prevenuti grazie alla protezione indiretta offerta da altri vaccinati. Si tratta dunque di poco più del 20% del totale delle vite salvate. Tutto ciò, secondo i ricercatori, ha portato a una diminuzione della trasmissione di Covid e a una riduzione del carico sui sistemi sanitari.

Vari studi regionali hanno stimato il numero di vite salvate dalla vaccinazione Covid. Ma lo studio del Lancet è il primo a quantificare l’impatto dei vaccini a livello globale, attraverso la modellizzazione. Secondo i ricercatori bisogna rafforzare la distribuzione e la consegna del vaccino in tutto il mondo. In aggiunta, si dovrebbe intensificare la lotta alla disinformazione in modo da migliorare l’adozione del vaccino, e prevenire così ulteriori morti per Covid-19. 

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Covid-19 e iperglicemia: lo studio dell’Università ‘Luigi Vanvitelli’

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Raffaele Marfella, Professore ordinario Medicina interna presso l’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, racconta la genesi, lo sviluppo e la conclusione della ricerca

Iperglicemia e Covid-19: la prima può condizionare la seconda? È questa la domanda che si sono posti i maggiori esperti e professionisti dellUniversità degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e proprio a partire da questa domanda è stato avviato ed elaborato un interessante ed innovativo studio teso a mirare proprio il rapporto tra le due patologie. Italian Medical News ha intervistato una delle principali figure dello studio: Raffaele Marfella, Professore ordinario di Medicina interna presso l’Università degli studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e Dirigente Medico AOU Vanvitelli

Professore, può dirci come è nato lo studio e in che modo si è evoluto?

“Lo studio parte da un nostro background, legato agli effetti dell’iperglicemia e del diabete sulle malattie cardiovascolari. Sappiamo da anni, anche grazie ai contributi del nostro gruppo di ricerca, che l’iperglicemia è in grado di condizionare un po’ tutti quelli che sono gli eventi acuti. Partendo da questo dato, ci siamo chiesti se effettivamente il diabete, ma soprattutto l’iperglicemia, potesse in qualche modo condizionare anche l’andamento della malattia da Covid-19. Abbiamo cominciato questo studio osservando il seguente dato: i pazienti che al momento del ricovero registravano livelli di glicemia più alti, anche senza diagnosi di diabete, avevano una durata della malattia da Covid-19 più lunga della norma. Inoltre, molto spesso, presentavano delle complicanze decisamente gravi. Abbiamo dunque ipotizzato e poi dimostrato con una serie di pubblicazioni, che oggettivamente l’iperglicemia aumentava il danno da Covid”.

“L’aumento del glucosio peggiora la malattia da Covid-19”

Quanto è importante il controllo del glucosio nei pazienti con diabete di tipo 2, specie se affetti da Covid 19?

“Se, come abbiamo dimostrato, l’aumento del glucosio durante il ricovero determina un peggioramento della malattia Covid, ne consegue che il controllo della glicemia favoriva e migliorava l’outcome. Alla base di questo meccanismo bisogna fare un’importante considerazione: l’aumento del glucosio peggiora la malattia Covid 19 perché essa aumenta la coagulazione del sangue. Con il nostro studio abbiamo dimostrato che questo aumento della coagulazione è ampliato dall’iperglicemia. Per essere più chiaro: nei pazienti con glicemia di 180 mg/dL , considerando che il valore normale è massimo 120 mg/dL, il sangue coagula più facilmente. Dunque la situazione di un paziente affetto da Covid e con iperglicemia sarà caratterizzata da una notevole aumento della coagulazione del sangue. Il tutto provoca una situazione che definirei drammatica. Il dato positivo è che se noi abbassiamo la glicemia, la coagulazione migliora. Di conseguenza migliora anche la sopravvivenza dei nostri pazienti”. 

Il vostro studio si è basato (si legge sull’estratto) sull’analisi e la valutazione di 59 pazienti con Covid-19 ricoverati in ospedale, con particolare attenzione sui livelli glicemici e iperglicemici. Può dirci qualcosa in merito?

“Innanzitutto abbiamo differenziato i pazienti esclusivamente sui livelli di glicemia,  monitorandoli nel tempo, analizzando e registrando tutti gli eventi. Poi, a fine studio abbiamo realizzato un analisi post-hoc: dopo aver raccolto tutti i dati, di tutti i pazienti, c’è stata una selezione di quelli che erano sovrapponibili per età, patologie concomitanti, terapie e quant’altro. È un tipo di analisi statistica che ti consente di seguire tutti i pazienti all’inizio, per poi selezionare coloro che puoi confrontare. Un’analisi che parte generale per poi diventare selettiva. È una metodica che si usa per tutti gli studi osservazionali”.

Conclusioni dello studio

Come si può riassumere il senso dello studio?

“Con due considerazioni in particolare. La prima è negativa: ovvero che il paziente iperglicemico non è un paziente raro. Infatti poco meno del 50% dei pazienti ricoverati hanno livelli di glicemia superiori a 140 mg/dL. Dunque tantissime persone, anche senza diagnosi di diabete, sono a rischio di malattie più gravi. La considerazione positiva è che l’abbassamento della glicemia annulla l’effetto deleterio dell’iperglicemia stessa. Il senso di questo studio è di fare attenzione, tra i vari parametri, alla glicemia. Un parametro spesso sottovalutato. Bisogna porre l’attenzione sul controllo della glicemia che può dare ottimi risultati in termini di sopravvivenza”.

Vuole aggiungere qualcosa in particolare?

“Volevo sottolineare l’importanza che avuto l’Università ‘Luigi Vanvitelli’. Da tutti i reparti e da tutti i gruppi di ricerca è stato affrontato il problema Covid con uno spirito importante. Abbiamo dimostrato una significativa resilienza, adattando tutte le nostre conoscenze di ricercatori ad una malattia nuova che non conoscevamo come il SARS-CoV-2”.

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Covid, da Sanofi-Gsk nuovo booster contro le varianti

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Secondo le prime indiscrezioni il booster fornisce una forte risposta immunitaria contro le varianti più preoccupanti, tra cui Omicron

Risultati incoraggianti contro le varianti di maggiore preoccupazione del Covid-19. È questo il responso relativo al nuovo vaccino booster di Sanofi-Gsk. È la stessa azienda (Sanofi) a riferirlo in un comunicato stampa in cui illustra i risultati di due studi clinici. Tra l’altro, il laboratorio francese sta proseguendo le sperimentazioni sull’uomo, anche come dose di richiamo. Sarebbe il primo vaccino commercializzato per entrambe le industrie farmaceutiche. 

Nello specifico, i dati di uno studio di fase III (l’ultimo prima della eventuale, ma probabile commercializzazione) sul vaccino di richiamo di nuova generazione di Sanofi e GSK hanno indotto un aumento significativo delle concentrazioni di anticorpi neutralizzanti, rispetto alle concentrazioni precedenti la somministrazione della dose di richiamo, come precisa Sanofi nel suo comunicato. 

In altre parole, il candidato booster offre un potenziamento immunitario negli adulti che in precedenza si erano immunizzati con vaccini mRNA. La riposta immunitaria sarebbe più forte rispetto al vaccino booster Comirnaty di Pfizer-BioNTech. Il nuovo booster ha dimostrato di avere il potenziale di proteggere contro le varianti di Covid-19 che destano maggiore preoccupazione, tra cui Omicron BA.1 e BA.2, con un profilo di sicurezza e tollerabilità favorevole. 

“In questo studio – recita il comunicato pubblicato da Sanofi – che comprendeva 247 soggetti, tutti e tre i vaccini hanno anche provocato anticorpi neutralizzanti contro la variante Omicron BA.1, con le più alte risposte generate dal candidato di nuova generazione Sanofi-GSK. I risultati dello studio COVIBOOST sono disponibili su un server di prestampa, in attesa della pubblicazione in una rivista peer-reviewed. In entrambi gli studi, il candidato al vaccino di prossima generazione Sanofi-GSK è stato ben tollerato, con un profilo di sicurezza favorevole. Nello studio VAT02 – conclude il comunicato – di coorte 2, sono riportati numeri bassi (meno del 4%) di reazioni di grado 3, tutti transitori e non”.

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