I nostri Social

Oncologia

Malati cronici, d.ssa Montella: “Continuità assistenziale necessaria”-VIDEO

Pubblicato

il

Tempo di lettura: 2 minuti

L’esplosione della pandemia ha portato a screening e presa in carico tardivi per i malati cronici

Una delle problematiche emerse nel corso della pandemia è la distinzione emersa in maniera sensibile tra il trattamento dei malati cronici e quelli affetti da covid. Una situazione che ha portato a rallentare i processi legati a un aspetto in favore dell’altro.

È da anni – inizia la d.ssa Montella, direttore sanitario del Irst Istituto di ricerca ricovero e cura a carattere scientifico di Meldolache si discute della necessità di cambiare il modello organizzativo. Trovare i sistemi di misura della qualità che, ad oggi, è strettamente amministrativa. Nessuno sa i passaggi del malati e questo non ci consente di misurare la qualità delle cure. E credo che sanità territoriale e quella ospedaliera sono due facce della stessa medaglia. L’ospedale deve servire per l’acuto, il territoriale per il post acuto. La differenza che si è generata è anche di natura culturale ed è diventata ancora più marcata da quando c’è il covid. I malati cronici non trovavano risposte nel territorio e gli ospedali erano pieni di pazienti covid e quindi i primi sono rimasti in una sorta di limbo con una mortalità che ha raggiunto il 33%, una presa in carica e screening tardivi”.

E allora la soluzione diventa la riprogettazione dei percorsi.

Serve la disponibilità delle cartelle condivise per avere tutte le informazioni necessarie sui pazienti. In Italia non tutti possono averle. Ma, cosa più importante, bisogna pensare che il centro deve rimanere sempre il paziente e mantenere la continuità assistenziale”.

Potrebbe anche interessare “Si cura meglio dove si fa rete”: ecco il Congresso della SICP

Continua a leggere
Advertisement
1 Comment

1 Comment

  1. Pingback: Diritto all’oblio oncologico: chiesto il riconoscimento giuridico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Oncologia

Attività fisica: una vera e propria terapia per i pazienti oncologici

Pubblicato

il

Attività fisica
Tempo di lettura: 2 minuti

Muoversi, anche poco, comporta grandi benefici. Ogni paziente affetto da tumore dovrebbe seguire un programma di allenamento personalizzato

Attività fisica in pazienti oncologici. In Italia siamo ancora un po’ indietro, si potrebbe dire in una condizione ancora sperimentale. Muoversi e fare sport in modo costante, sempre nei limiti e sempre quando è possibile, aiuta molto i pazienti alle prese con un tumore e con le terapie. È indubbio infatti che l’attività fisica fa bene sia prima, durante che dopo il cancro e i trattamenti che esso comporta.

Alice Avancini, ricercatrice chinesiologa dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona ed esperta di esercizio fisico in persone con patologie croniche, soprattutto i tumori, sa bene quanto sia importante l’attività fisica per i pazienti oncologici, come riportato chiaramente da ‘La Repubblica’“Anche se ancora poco trattato, quello dell’esercizio fisico per i pazienti oncologici è un tema in cui ormai esistono evidenze – spiega Avancini. Evidenze che di dicono che muoversi dopo una diagnosi è vantaggioso, perché contribuisce a mantenere la forza e la massa muscolare, diminuisce l’infiammazione, modula il sistema immunitario, migliora la fitness respiratoria. O ancora, aiuta a contrastare la fatigue correlata al cancro e anche a tollerare meglio la tossicità legata ai trattamenti”.

“Muoversi è sempre meglio che non farlo”

“La regola generale è che muoversi è sempre meglio che non farlo – prosegue Avancini. I pazienti con tumore al polmone, ad esempio, possono trarre particolare beneficio dallo svolgimento di attività fisica. L’esercizio, infatti, può contribuire a incrementare la forza dei muscoli respiratori e la funzione polmonare. L’esperta chinesiologa segue molti pazienti con tumore al polmone. Così come segue i pazienti con tumore alla mammella e al pancreas, il tutto all’interno del progetto portato avanti all’Università di Verona. Le modalità del progetto sono diverse. Prevedono programmi di allenamento di gruppo, con personal trainer e in necessità anche a distanza. Tutti i programmi sono allestiti in base alla precisa valutazione del paziente, in modo, appunto, personalizzato. 

“Se è vero infatti che ci sono delle linee guida sul tipo di attività fisica da svolgere per i pazienti oncologici, il principio di base è quello della personalizzazione dell’esercizio a seconda delle possibilità di ciascuno – spiega ancora Avancini. Per fare un esempio abbiamo pazienti che fanno solo 10 minuti di esercizio, altri invece che partecipano a gare in mountain bike”. Il fulcro del discorso, seguendo le parole della Avancini, è lo sviluppo di un piano che sia adatto ad ognuno, partendo da indirizzi generali.

“Mediamente si raccomandano almeno 90 minuti di attività fisica a intensità moderata. Con attività quali camminata, bicicletta, nuoto, e che dunque prevedono movimenti ciclici – va avanti l’esperta. Il concetto è che il paziente deve provare uno sforzo per cui riesce a parlare, ma sente che il ritmo del respiro aumenta. A questo si abbinano un paio di attività per mantenere la forza muscolare. Lo scopo – conclude Avancini – è fare qualcosa, anche poco, ma che aiuti il paziente a mantenere la sua autonomia il più possibile. 

Potrebbe interessare anche L’attività fisica e il potenziamento del sistema cerebrale

Attività fisica

Continua a leggere

Oncologia

Tumori: il futuro prossimo è la prevenzione personalizzata

Pubblicato

il

tumori
Tempo di lettura: 2 minuti

Non solo geni o bersagli molecolari. L’oncologia di precisione oggi va ben oltre questo orizzonte, includendo un universo molto più ampio

La prevenzione dei tumori sempre più personalizzata. È questa la nuova frontiera in ambito oncologico. La ‘personalizzazione’ avviene grazie all’identificazione di precise alterazioni molecolari che consentono di individuare gruppi di popolazione a rischio. Nei trattamenti il modello da seguire è quello mutazionale, dove bisogna considerare tutte le alterazioni subite dall’organismo come conseguenza delle modificazioni dell’ambiente individuale ed esterno. Questo perché, le modificazioni dell’ambiente possono avere un ruolo nello sviluppo del cancro e nella scelta della terapia.

Le nuove frontiere sono state delineate al ‘Word Health Summit Regional Meeting – Europe’sessione oncologia di precisione, evento svoltosi presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Paolo Marchetti, ordinario di Oncologia presso la nota università romana e anche Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata, ha moderato il convegno insieme a Khay-Guan Yeoh, professore di Medicina all’Università di Singapore

Le dichiarazioni dell’esperto

“La prevenzione diventa personalizzata perché può essere basata su modelli di precisione – spiega Marchetti. Ciò è possibile attraverso l’identificazione di specifici determinanti genomici legati ad un aumentato rischio di sviluppare il cancro. In questo ambito rientra una serie di interventi per individuare il tumore in fase iniziale. O anche per evitare l’insorgere della malattia. Ad esempio, alle donne con mutazione del gene BRCA, che rappresenta un fattore di rischio per il tumore del seno, possono essere proposti programmi di screening mammario più frequenti, che rientrano nella prevenzione secondaria. Possono essere previsti anche trattamenti con inibitori dell’aromatasi o antiestrogeni in modo da potenziare la prevenzione primaria. Così possiamo salvare più vite e garantire risparmi al sistema sanitario” – conclude l’esperto.

Secondo gli esperti quindi, il nuovo modello è quello mutazionale. Tra tutte le alterazioni subite dall’organismo, bisogna includere anche il microbiota. Vale a dire l’insieme di miliardi di microorganismi che vivono nel corpo fornendo un supporto essenziale alla nostra vita. 

Potrebbe interessare anche Tumori, ecco la nuova ‘chemioterapia smart’ per seno

tumori

Continua a leggere

Oncologia

Tumori metastatici del colon-retto: l’immunoterapia come cura efficace

Pubblicato

il

colon-retto
Tempo di lettura: 2 minuti

Secondo i risultati dello studio clinico Arethusa più pazienti potranno essere curati con l’immunoterapia per contrastare i tumori metastatici del colon-retto

Il tumore del colon-retto è un cancro che si forma nei tessuti del colon o del retto. Colon e retto fanno parte dell’intestino, l’organo che assorbe le sostanze nutritive assunte con il cibo. Secondo le stime GLOBOCAN 2020, il tumore del colon-retto rappresenta il 10% di tutti i tumori diagnosticati nel mondo, ed è terzo per incidenza dopo il cancro del seno femminile (11,7%) e del polmone (11,4%). Secondo i risultati dello studio clinico Arethusa , sostenuto anche da Fondazione Airc, questo tipo di tumore può essere curato con l’immunoterapia.

Si tratta di uno studio in fase II sul tumore del colon-retto, condotto con un approccio diagnostico-terapeutico inedito da Università degli Studi di Torino, IFOM – Istituto Fondazione di Oncologia Molecolare ETS, Ospedale Niguarda e Università degli Studi di Milano. Lo studio è stato inoltre possibile anche grazie a Fondazione AIRC che ha sostenuto il programma speciale ‘5 per 1000’ coordinato da Alberto Bardelli

La metodologia dello studio

Nel corso dello studio i ricercatori hanno individuato una strategia terapeutica la quale consente di trattare i tumori metastatici con l’immunoterapia. La prospettiva è quella di estendere le aspettative di vita dei pazienti e bloccare la progressione tumorale. Si tratta di un esempio concreto di sinergia tra ricerca e clinica. Nello specifico, è stato utilizzato un metodo che ha combinato biopsia liquida e biopsia tissutale, selezionando 80 pazienti che soddisfacevano i requisiti di uno screening molecolare effettuato su 500 tumori.

Per molti pazienti con diagnosi di tumore con metastasi, l’immunoterapia rappresenta la strategia terapeutica più efficace prolungare le aspettative di vita. Nonostante ciò nel caso dei tumori metastatici del colon-retto sono pochi i pazienti che possono avvantaggiarsene. Questo perché oltre il 90% di questa tipologia di tumori sono resistenti all’immunoterapia. Ma lo studio di fase II Arethusa ha dimostrato che è possibile, anche con l’immunoterapia, contrastare il tumore in questione. I risultati per ora sono soddisfacenti. Bisognerà ora attendere conferme e ricerche più ampie affinché questo studio e dunque l’immunoterapia, diventi uno strumento concreto anche contro i tumori metastatici del colon-retto. 

Potrebbe interessare Tumori del colon: paziente anziano al centro dell’evento targato IMR – Video

colon-retto

Continua a leggere

In evidenza

© Riproduzione riservata - Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione della fonte corretta www.italianmedicalnews.it.