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‘Io non sono il mio tumore’, la campagna per il diritto all’oblio oncologico

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diritto all'oblio oncologico
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Il Dott. Giordano Beretta, Presidente di Fondazione AIOM e promotore dell’iniziativa, racconta ad Italian Medical News l’importanza di questo tema così delicato

‘Io non sono il mio tumore’ è la prima campagna in Italia volta a chiedere l’istituzione di una legge ad hoc per il diritto all’oblio oncologico. L’iniziativa, promossa da Fondazione AIOM, è partita lo scorso gennaio con l’avvio della raccolta firme e una forte campagna social. L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 100.000 firme da consegnare al Governo con lo scopo di ottenere una legge di pochi articoli da tutto il Parlamento affinché venga approvata in questa Legislatura. I risultati sono stati strabilianti e l’obiettivo è davvero vicino: ad oggi, le firme si aggirano già intorno quota 90.000

Per saperne di più, la redazione di Italian Medical News, ha deciso di intervistare il Presidente di Fondazione AIOM, nonché principale promotore dell’iniziativa, il Dott. Giordano Beretta. L’esperto dottore ha quindi riposto ad una serie di domande, spiegando nel dettaglio l’importanza dell’iniziativa, ma soprattutto di un tema così delicato come quello del diritto all’oblio oncologico. 

La genesi e gli obiettivi dell’iniziativa


Dottore, può dirci come è nata l’iniziativa?

“L’iniziativa nasce da un percorso che è stato avviato da diverse realtà, per riconoscere il significato di guarito nel paziente oncologico. Ci sono quindi stati una serie di eventi e di movimenti, come quelli delle associazioni di pazienti, per la richiesta di una legge relativa al diritto all’oblio oncologico. Fondazione AIOM, che è un braccio della Società Scientifica di Oncologia Medica e che collabora con le associazioni dei pazienti oncologici, ha deciso di portare questa richiesta sull’ambito della cittadinanza, lanciando una raccolta firme e una campagna social a favore di questa iniziativa”.

“Idealmente per noi la legge potrebbe essere anche un unico articolo che possa dire che, chiunque abbia superato la malattia oncologica, e a 10 anni dalla fine dei trattamenti non abbia avuto recidive, non sia tenuto a dichiarare la pregressa patologia in dinamiche in cui quest’ultima possa essere limitante. Mi riferisco a dinamiche come la stipula di assicurazione, mutui, ma anche assunzioni sul lavoro o addirittura l’adozione di un figlio. Quello che noi vogliamo è questo, non ci interessa della proposta di legge A o proposta di legge B. La raccolta firme della fondazione AIOM, che è un meccanismo di pressione sulle istituzioni, ci servirà per andare a chiedere alle istituzioni stesse che il più rapidamente possibile l’Italia si adegui a questa situazione“.

Un successo fin dall’inizio

Avete raccolto un numero enorme di firme, in così poco tempo, come è stato possibile un risultato così importante?

“Innanzitutto devo premettere che mai mi sarei aspettato questi numeri in così pochi mesi. Ricordiamo che siamo partiti solo lo scorso gennaio. È stato possibile perché abbiamo cercato di diffondere il più possibile questa iniziativa attraverso i social specialmente. Abbiamo avuto il supporto anche di qualche influencer toccato dal problema, che ci ha aiutato molto. Ma soprattutto abbiamo deciso di portare alla popolazione le ‘camminate’ in supporto del diritto all’oblio oncologico (lo scorso 3 settembre si è tenuta la prima marcia di sensibilizzazione a Pescara [N.d.R]) che mettono insieme due aspetti: la comunicazione di questa necessità e l’attività fisica che è fondamentale nella vita di tutti per ridurre i rischi di una malattia oncologica, anche in termini di recidiva”.


A tal proposito, può dirci come è andata la prima marcia di sensibilizzazione? Quali sono state le sensazioni provate? 

“A mio modo di vedere c’è stata una presenza decisamente soddisfacente. Si sono iscritte ufficialmente circa 300 persone, ma soprattutto dal lancio della camminata ci sono state migliaia di firme. Il messaggio è quindi sicuramente passato. Abbiamo avuto il supporto delle istituzioni locali e delle associazioni locali che ci hanno aiutato nell’organizzazione e hanno facilitato le fasi burocratiche. Allo stesso tempo la caduta del governo, con la conseguente caduta di proposte di legge e con le elezioni imminenti hanno in qualche modo influenzato in negativo la stessa camminata ostacolando magari alcune presenze istituzionali e politiche. Probabilmente si temeva una sorta di strumentalizzazione politica”. 

“Si tratta di una battaglia di civiltà e di una legge etica”


Quanto è importante arrivare all’obiettivo e dunque all’istituzione di questa norma? Considerando anche che in vari Paesi europei come Francia, Olanda, Portogallo, questa legge già è presente?

“Partiamo da un concetto. Qualcuno dice che noi siamo sempre gli ultimi che arrivano. In realtà noi abbiamo un Sistema Sanitario Nazionale di tipo universalistico che ci garantisce molto su tanti aspetti. Alcuni dei Paesi da lei menzionati, che hanno la legge, hanno un sistema sanitario di tipo assicurativo: quindi il fatto che ci fosse una quota aggiuntiva sull’assicurazione in quanto malati creava problemi non di poco conto. Questo è il motivo per cui sono stati i primi a spingersi in questa direzione”.

“Allo stesso tempo anche la Comunità europea auspica che entro il 2025 tutti gli Stati membri adottino una legislazione di questo tipo. Questo perché per definire un soggetto guarito in oncologia ci si deve basare su alcuni criteri statistici, di cui il principale è che il rischio di morte di quel soggetto per la patologia oncologica è uguale al rischio di morte di chi non ha mai avuto questo tipo di patologia. Se dunque io rischio allo stesso modo di un mio pari età che non ha il problema, non si capisce perché quando mi trovo a chiedere di esse assicurato o situazioni simili, io debba avere delle disparità. Mi sembra una dinamica assurda. Si tratta di una battaglia di civiltà e di una legge etica. Parliamo inoltre di una legge a costo zero”. 

L’appello di Giordano Beretta


Per chiudere, può lanciare un appello a tutte le persone che lottano e sperano per l’istituzione di questa legge?

“Io non lancio l’appello solo al milione di persone che è guarito e che ha la stessa aspettativa di vita di una persona sana. Non lo lancio solo a loro. Lancio un appello ai loro familiari e lancio un appello a tutti i cittadini di buona volontà che non conoscono questo problema. La maggior parte delle persone non sa neanche che esista questa difficoltà. Assolutamente c’è bisogno che tutti ci possano aiutare nel raccogliere più rapidamente le firme mancanti. E nel garantirci una pressione sulle istituzioni per far sì che una legge a costo zero venga istituita. Ricordiamo che questa legge garantirebbe anche un risparmio economico a questo milione di persone, oltre dei diritti sacrosanti”.  

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Novità terapeutiche del tumore alla prostata – Dott. Domenico Germano

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Sesto appuntamento del format ‘Conoscere l’Oncologia’ e secondo con il Dott. Domenico Germano. Questa volta l’esperto oncologo tratta le maggiori novità terapeutiche relative al cancro prostatico

‘Conoscere l’Oncologia’ è il nuovo format di Italian Medical News dedicato agli
approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti
da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. Secondo appuntamento con il Dott. Domenico Germano, Oncologo Medico presso
l’Azienda Ospedaliera ‘San Pio’ di Benevento. Nella prima intervista (che puoi
leggere cliccando qui) l’esperto ha trattato in modo chiaro ed esaustivo dei caratteri generali relativi al tumore della prostata, evidenziando una serie di fattori: dalla prevenzione ai sintomi, passando per una limpida analisi sul passaggio alla fase di metastasi. Questa volta l’attenzione sarà focalizzata sulle novità terapeutiche di questa tipologia di cancro.

Le novità per il carcinoma prostatico metastatico ormonosensibile

Dottore, quali sono le novità terapeutiche più importanti relative al carcinoma
prostatico metastatico ormonosensibile?

Innanzitutto dobbiamo considerare che parliamo di una malattia, quella
ormonosensibile, molto eterogena. Una malattia che comprende una serie di gruppi di pazienti che possono essere a basso o alto rischio. Difatti definiamo i pazienti ad alto rischio quei pazienti che presentano più di 3 metastasi ossee, che abbiano metastasi viscerali (come ad esempio l’interessamento metastatico dei linfonodi) o che presentino un Gleason score con un punteggio superiore ad 8. Ma esistono anche i cosiddetti pazienti ad alto volume, ovvero quei soggetti che presentano più di 4 lesioni ossee di cui almeno una è al di fuori di quello che è l’asse vertebrale-pelvico. Sono dunque gruppi di pazienti eteregonei perché presentano differenti prognosi (e dunque un differente impatto sulla sopravvivenza); per fortuna però in entrambi i gruppi di malattia il 2022 ha rappresentato un anno di straordinaria evoluzione”.

“C’è stata infatti l’introduzione di trattamenti farmacologici che si sono dimostrati
molto importanti. Si tenga conto che per questo tipo di pazienti fino a poco tempo fa avevamo fondamentalmente soltanto la possibilità di praticare la terapia di
deprivazione androgenica. Per fortuna, nel 2022 sono stati introdotti nella pratica
clinica in Italia due anti-androgeni di nuova generazione: l’Enzalutamide e
l’Apalutamide
. I due farmaci hanno dimostrato una riduzione del rischio di morte di questi pazienti che si attestava dal 35 al 48%. Dunque, introducendo questi nuovi farmaci, associati alla terapia di deprivazione androgenica si è avuto un vantaggio della sopravvivenza davvero significativo. Il tutto
testato e dimostrato da studi clinici randomizzati: lo studio TITAN per l’Apalutamide e gli studi ARCHES e ENZAMET per l’Enzalutamide”.

Buone notizie anche per i pazienti definiti ‘Castration resistent M0’

Quali sono invece le novità principali che riguardano i pazienti con carcinoma
prostatico resistente alla castrazione non metastatico?

“Questa è una tipologia di pazienti particolare. Si tratta di pazienti in cui, nonostante la terapia di deprivazione androgenica, si presenta un incremento progressivo del PSA (il marcatore della ripresa della malattia) fino a superare i 2 nanogrammi per ml. Definiamo questi pazienti ‘castration resistent M0’, ovvero con assenza di malattia metastatica a distanza evidenziabile con le tradizionali tecniche di Imaging (Tac e Scintigrafia ossea). Nonostante sapessimo che questi pazienti avrebbero sviluppato prima o poi la malattia metastatica, fino all’anno scorso non avevamo farmaci e/o trattamenti per la terapia di questa precisa forma di tumore alla prostata”.

“Per fortuna però nel 2022, tre studi clinici randomizzati (Spartan, Aramis e Prosper) hanno dimostrato come l’aggiunta di Apalutamide, Darulotamide e Enzalutamide alla terapia di deprivazione androgenica determinasse un vantaggio in termini di libertà dalla comparsa di malattia metastatica ma anche nella sopravvivenza globale. Dunque la novità è la possibilità di aggiunta di una di queste 3 molecole alla terapia di deprivazione androgenica; molecole che ovviamente hanno profili diversi di tollerabilità e che quindi vanno sempre utilizzate in base alle caratteristiche del peculiari del singolo paziente”.

“Un vantaggio importante in termini di qualità di vita”

Quanto impattano queste novità sulla qualità di vita del paziente?

“Sia nella malattia ormonosensibile, sia in quella ‘castration resistent M0’, questi
farmaci hanno dimostrato un vantaggio importante in termini di qualità di vita. Sono stati somministrati ai pazienti, nell’ambito degli studi clinici citati prima, dei test di qualità di vita che hanno dimostrato come i farmaci rappresentavano un grosso vantaggio in entrambe le malattie con parametri migliorativi. Tutto rientra nel solco dell’oncologia moderna: migliorare sia la quantità di vita che possiamo dare ai nostri pazienti ma anche la qualità. Vivere più a lungo e vivere meglio”.

Quanto è importante il ruolo del team multidisciplinare, il cosiddetto GOM, nel
trattamento dei pazienti con cancro prostatico?

“L’introduzione dei gruppi multidisciplinari, ormai istituzionalizzati nell’ambito della
rete oncologica ha determinato un cambio di passo nel trattamento di tutte le
patologie oncologiche
. In verità all’interno della mia struttura ospedaliera già 12
anni fa fu istituito e personalmente da me coordinato, il gruppo multidisciplinare di patologia Uroncologica che chiamavamo GOIP, tale gruppo, composto da
Oncologo,Urologo e Radioterapista discuteva la maggior parte dei casi di tumore
della sfera urogenitale. Con l’introduzione della rete oncologica tutto questo è stato istituzionalizzato: è diventato un obbligo dell’azienda ospedaliera, attraverso un atto deliberativo, attivare il Gruppo Oncologico Multidisciplinare (GOM)”.

“Sicuramente la discussione multidisciplinare migliora la cura del paziente: se di un preciso paziente contemporaneamente ne discutono più specialisti ne fuoriesce un sunto della situazione che non può che migliorare il trattamento. È un vantaggio importante sia dal punto di vista terapeutico che da quello psicologico. Esistono inoltre delle tempistiche da seguire nella cura del paziente, che fanno parte di quelle che sono delle precise linee guida: i cosiddetti PDTA (Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali). Il trattamento dunque segue un preciso percorso, e non ha più una sua discrezionalità. Le tempistiche sono fondamentali”.

Un commento finale

Chiarissimo Dottore. C’è qualcosa che vuole aggiungere per concludere?

“Un commento finale per quanto riguarda la genetica del tumore alla prostata.
Come detto all’inizio il cancro prostatico ha una componente genetica
come rilevato negli ultimi anni. Per questo motivo, per il tumore prostatico è stato posto a rimborso il primo farmaco a bersaglio molecolare: Olaparib. Questo farmaco è indirizzato ad un particolare gruppo di pazienti, ovvero coloro con un tumore prostatico metastatico ‘castration resistent’ che hanno una mutazione di un oncogene denominato BRCA”.

“Olaparib, che è un inibitore del sistema di riparazione del DNA, ha dimostrato un vantaggio di sopravvivenza importante in questo gruppo di pazienti dopo progressione agli agenti ormonali di nuova generazione. Tutto questo ha un duplice importante impatto, sia da un punto di vista prettamente terapeutico, sia perché ci permette di lavorare sul cosiddetto ‘Counseling genetico’ e dunque valutare la trasmissibilità familiare della mutazione genetica eventualmente evidenziata. Questa era un’altra novità importante che era doveroso sottolineare”.

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Intervista

Tumore del fegato – Intervista Dott. Ghassan Merkabaoui

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Quarto appuntamento di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Con il Dott. Ghassan Merkabaoui approfondiamo l’argomento del giorno: il tumore del fegato

‘Conoscere l’Oncologia’ è il nuovo format di Italian Medical News dedicato agli approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. Oggi, in occasione del quarto appuntamento, trattiamo di tumore del fegato, anche definito epatocarcinoma. Approfondiremo tale neoplasia attraverso una serie di domande rivolte ad un esperto del settore: il Dott. Ghassan Merkabaoui, Oncologo e Dirigente Medico presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria ‘Federico II’ di Napoli. 

Dottore, quali sono i campanelli d’allarme che devono dirigere un paziente ad effettuare una diagnosi?

“I sintomi generali sono quelli di una tipica neoplasia; possiamo però individuare dei fattori sintomatologici maggiormente diffusi per l’epatocarcinoma. Parliamo di nausea, vomito persistente e gonfiore sul lato destro dell’addome che a volte può portare a una vera e propria tumefazione. Nei stadi più avanzati abbiamo anche un cambiamento del colore della pelle, che assume un colore tendente al giallo, e un cambiamento delle urine che diventano più cariche. Sono tutti sintomi che rappresentano un’insufficienza epatica e/o un alterato passaggio della bile”.

Esistono dei soggetti a rischio per questo tipo di tumore? 

“Assolutamente si. I soggetti più a rischio sono quegli individui con problemi di diabete, obesità e abuso di alcol; quest’ultima è una causa sempre più frequente nell’insorgenza dell’HCC. Il carcinoma epatico è causato da un’infezione virale (epatite B o C) che rappresenta circa l’85% dei tumori epatici. Ciò avviene attraverso un’infiammazione cronica del fegato che porta allo scompenso epatico. Oggi abbiamo vaccini e farmaci che ci aiutano a debellare tali patologie. 

In che modo evolve il tumore al fegato?

“I virus e/o le sostanze tossiche delle malattie metaboliche creano uno stato infiammatorio cronico del fegato, il quale favorisce fibrosi epatica e l’eventuale cirrosi epatica. Il tutto comporta la perdita costante della funzione del fegato e favorisce il processo della cancerogenesi attraverso la formazione dei cosiddetti noduli displasici”.

I trattamenti locoregionali

Dottore, passiamo all’ambito terapeutico. Può indicarci quelli che sono i trattamenti disponibili per questa tipologia di cancro?

“I trattamenti che noi abbiamo a disposizione dipendono sempre dallo stadio della malattia e da una serie di fattori inerenti. Premesso questo, parliamo soprattutto di trattamenti locoregionali come la termoablazione e le cosiddette TACE e TARE. La TACE consiste in iniezioni intra-arteriose di chemioterapici ed è in grado di arrivare direttamente alle arterie che nutrono il tumore. Attraverso la somministrazione di questo farmaco chemioterapico si uccidono le cellule tumorali e si crea il blocco di un flusso arterioso; tale procedimento soffoca il tumore. La funzione della TARE è invece quella di iniettare delle radiazioni all’interno delle cellule tumorali”.

Come fa l’esperto a scegliere il miglior trattamento locoregionale?

“Sono molto importanti i gruppi multidisciplinari, formati quindi da più specialisti. Nel caso di un tumore del fegato parliamo di un epatologo, di un oncologo, di un chirurgo epatobiliare, di un’interventista e del radiologo. Tali specialisti si riuniscono settimanalmente, discutendo il giusto trattamento per ogni paziente. Non è dunque una cura decisa da un’unica figura, ma da un gruppo di specialisti. Il tutto sempre seguendo le linee guida nazionali e internazionali. L’obiettivo è che il paziente riceva la miglior cura possibile”.

Cure in evoluzione

Quali sono le prospettivi future relative al trattamento del tumore al fegato?

“In generale le cure del tumore epatico sono in grande evoluzione. Fino a 3-4 anni fa avevamo a disposizione un solo farmaco per lo stadio avanzato. Oggi abbiamo lo sviluppo di tanti medicinali relativi alla prima, seconda, terza e anche quarta linea. Se la chemioterapia non ha avuto grosso successo per questo tipo di tumore, non si può dir lo stesso delle terapie biologiche e di quelle a bersaglio molecolare le quali hanno avuto un grossissimo impatto in termini di benefici. In più, il trattamento che ha rivoluzionato il nostro approccio terapeutico è l’immunoterapia, che è in grado di stimolare le nostre difese immunitarie nel combattere il tumore. In generale parliamo di un campo in grossa evoluzione, per fortuna”. 

L’intervista è stata elaborata con il contributo di

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Ghassan Merkabaoui

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Intervista

Focus sul tumore del colon-retto – Dott. Giuseppe Santabarbara

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Italian Medical News presenta il terzo appuntamento di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Questa volta, insieme al Dott. Giuseppe Santabarbara, scopriremo tutto quello c’è da sapere sul tumore del colon-retto

‘Conoscere l’Oncologia’ è il nuovo format di Italian Medical News dedicato agli approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. L’appuntamento di quest’oggi è dedicato al tumore del colon-retto, patologia oncologica che rappresenta il 10% di tutti i tumori diagnosticati nel mondo, oltre ad essere la seconda più frequente tra i maschi (12%) dopo il umore della prostata, e tra le femmine (11,2%) dopo il cancro della mammella. (Dati AIOM-AIRTUM 2021).

Per saperne di più la redazione di Italian Medical News ha deciso di intervistare il Dott. Giuseppe Santabarbara, Dirigente Medico di Oncologia presso l’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specialità ‘San Giuseppe Moscati’ (AV). 

Differenze tra i due tumori


Dottore, esistono differenze di trattamento tra il tumore del colon e quello del retto o parliamo della stessa patologia?

“Dal punto di vista del trattamento non sono la stessa patologia, soprattutto se parliamo di malattia localizzata. Quando invece parliamo di stadio avanzato allora possiamo adoperare la stessa tipologia di trattamento. Questo perché se il tumore del retto può giovarsi del trattamento radioterapico precedentemente all’intervento chirurgico, quello del colon, quando parliamo di malattia localizzata, ha come primissimo approccio l’operazione chirurgica. Di fatto parliamo sì della stessa malattia dal punto di vista istologico, ma possono e devono essere trattati in modo diverso. È bene ricordare che distinguiamo nelle linee guida la neoplasia del colon da quella del retto ed addirittura oggi si parla anche di neoplasia del colon sinistro e del colon destro, specie per quanto riguarda la malattia avanzata”.

Come si comporta l’oncologo dinanzi ad una neoplasia colorettale metastatica?

“Innanzitutto inizia a porsi una serie di domande e molto spesso trae le risposte che cerca direttamente dalla cartella clinica del paziente. Questo perché sono tante le informazioni che dobbiamo recepire prima di decidere quale trattamento utilizzare. Soprattutto, abbiamo bisogno di un gruppo multidisciplinare che ci possa coadiuvare, infatti, oggi in tutt’Italia esistono i cosiddetti GOM – Gruppi Oncologici Multidisciplinari. Venendo a quello che è il ruolo dell’oncologo, possiamo dire che è una figura che ha bisogno del sostegno dell’anatomopatologo che è sempre più importante, così come anche del genetista. Questo perché avendo a disposizione tanti farmaci, sono tante le informazioni e le caratteristiche molecolari che dobbiamo acquisire prima di poter decidere qual è il miglior trattamento che possiamo offrire al paziente. Non siamo più a 30-40 anni fa quando c’era un solo farmaco disponibile”.

Le nuove opportunità

Rimanendo in tema, il trattamento del tumore colorettale in fase avanzata, può ad oggi giovarsi di quelle che sono le nuove opportunità, come ad esempio l’immunoterapia? 

“Sì e no. Sì, perché attualmente abbiamo a disposizione l’immunoterapia anche nel trattamento del tumore colorettale metastatico; no perché usare questa arma non è possibile per tutti i pazienti, purtroppo. La percentuale di pazienti affetti da tumore del colon-retto metastatico che può essere sottoposta ad immunoterapia è abbastanza scarsa, parliamo infatti soltanto di quella percentuale di neoplasie  che viene definita ‘ad elevata instabilità micro-satellitare’, vale a dire quei pazienti che hanno un tumore che ha perso la capacità di riparare il DNA. Tali informazioni derivano tra l’altro da recentissimi convegni oncologici internazionali”. 

Novità internazionali

Ha parlato di convegni internazionali. Può parlarci delle ultime novità emerse da questi eventi?

“Sicuramente la novità più eclatante è emersa dall’ultimissimo convegno ASCO 2022 (ASCO = American Society of Clinical Oncology). Essa riguarda quella parte di neoplasie del retto ad elevata instabilità micro-satellitare,. È stato infatti presentato un lavoro, su 30 pazienti complessivi, di trattamento neo-adiuvante con l’immunoterapia: nello specifico, a questi individui è stata proposta l’immunoterapia ancor prima dell’attuazione di quelle terapie che sono lo standard di trattamento; bene, è emerso un 100% di risposte complete. Nessuno di questi pazienti, ad oggi, ha più evidenza di malattia e nessuno è stato operato. Ovviamente ciò non vuol dire che l’immunoterapia sia valida per tutti pazienti con elevata instabilità micro-satellitare, però, ritrovarsi il 100% di risposte cliniche complete prima dell’intervento chirurgico è un qualcosa che non avevamo mai visto in ambito oncologico colorettale. Di sicuro questa è la novità più eclatante”.

“Per quanto riguarda invece il tumore del colon tra le novità più importanti va menzionata la possibilità di applicare il cosiddetto ‘rechallenge’ di trattamento con anti-EGFR (farmaci diretti contro l’Epidermal Growth Factor Receprtor); in pratica il rechallenge consiste nel riproporre, a partire dalla III linea di trattamento in poi, il trattamento con Anti-EGFR già utilizzato in prima linea di trattamento”.

“Si valutano quei pazienti che, durante un trattamento con anti-EGFR in prima linea avevano ottenuto una risposta duratura prima della sua cessazione per progressione di malattia, ed a questi pazienti, dopo essere stati trattati con almeno un’altra chemioterapia diversa dagli anti-EGFR, quindi a partire dalla III linea  viene proposto di tornare al farmaco utilizzato all’inizio, quindi all’anti-EGFR; il tutto dopo un prelievo di sangue che ha lo scopo di valutare e confermare se quelle condizioni di assenza di mutazione ai geni RAS e BRAF presenti prima del trattamento di prima linea con Anti-EGFR fossero ancora evidenti a partire alla terza linea. In sintesi la novità consiste nel fatto che il rechallenge, in questi casi specifici, si traduce nella possibilità di riproporre il trattamento anti-EFGR”.

Il ruolo della biopsia liquida


Passiamo alla biopsia liquida. Quest’ultima ha un ruolo anche in relazione al tumore del colon retto? Può sostituire la biopsia tradizionale?

“Un ruolo ce l’ha, e rientra nella possibilità di essere utilizzata per valutare alcune caratteristiche del tumore. Ricordiamoci che la biopsia liquida non è altro che un prelievo di sangue che ci permette di capire se è presente del DNA tumorale circolante cosicché poi possa essere analizzato. Con la biopsia liquida, nel tumore colorettale avanzato, andiamo quindi a controllare se quel tumore ha ancora le caratteristiche iniziali. O, al contrario, se invece esse si sono modificate”.

“Per quanto riguarda l’eventuale sostituzione della diagnosi tradizionale, la risposta è ad oggi no. Probabilmente lo farà nel prossimo futuro ma ad oggi non è ancora possibile. Ci sono in essere diversi studi che stanno cercando di analizzare se la biopsia liquida in futuro possa essere usata come mezzo di diagnosi ma ad oggi non è assolutamente pratica clinica. Siamo ancora nell’ambito sperimentale. In definitiva, la biopsia ha un ruolo per coadiuvare la diagnosi tradizionale ma non può ancora sostituirla”.

L’importanza dei gruppi multidisciplinari

Perfetto Dottore. Vuole aggiungere qualcos’altro?

“Vorrei aggiungere che il ruolo dell’oncologo è diventato assolutamente più complicato rispetto a prima. Già l’idea di trattare una neoplasia non è semplice. Ma farlo oggi, e pensare che un medico possa occuparsi di tutte le neoplasie che ci sono è follia pura. Soltanto in un ambito ristrettissimo come quello che può essere il trattamento del tumore del colon-retto ci sono tantissime cose da indagare prima di scegliere il miglior trattamento. Figuriamoci pensare che una singola persona possa gestire più neoplasie. Ben vengano i gruppi multidisciplinari. Per fortuna il Sistema Sanitario Nazionale sta andando verso questa direzione e questo è solo un bene per tutti i nostri pazienti”. 

L’intervista è stata elaborata con il contributo di

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