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La donazione di organi da parte dei malati rari è possibile. Lo studio

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Lo studio, che ha coinvolto il Centro Nazionale Trapianti, il Consiglio Superiore di Sanità e numerosi centri trapiantologici, ha analizzato circa 500 patologie neurologiche rare a rischio di morte

Anche i malati rari possono donare gli organi. Questo l’esito a cui sono giunti i ricercatori che hanno preso parte allo studio, prettamente italiano, che ha analizzato circa 500 patologie rare. Lo studio ha coinvolto il Centro Nazionale Trapianti, il Consiglio Superiore di Sanità e numerosi centri specializzati ai trapianti in varie zone dell’Italia. Attraverso questa ricerca è stata verificata, per ciascuna delle malattie rare prese in esame, l’idoneità al trapianto dei singoli organi: dal rene, al fegato, fino a cuore, polmone e pancreas. Lo studio è stato inoltre pubblicato sulla rivista ‘Clinical Transplantation’.

Il firmatario dello studio è il professore Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale della Santa Sede. “Il risultato ottenuto è pienamente positivo” – dichiara l’esperto ai microfoni di sanitàinformazione.it. Ma i ricercatori non si sono fermati ai risultati ottenuti. L’esito ottenuto ha infatti permesso di stilare delle linee-guida che possano orientare i clinici sulla procedura da seguire quando ci si trova di fronte ad un potenziale donatore di organo affetto da una malattia rara. “Fino ad ora – spiega Dallapiccola – le decisioni operative sono state prese analizzando le singole situazioni, caso per caso, sulla base dell’esperienza e della competenza dei medici”. 

In linea di massima, l’eventualità che un donatore di organi sia affetto da una malattia rara non è del tutto remota. Accade infatti nell’1% dei casi totali. “Proprio per questo motivo – continua Dallapiccola – il Consiglio Superiore di Sanità, nel 2019 ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i pazienti con malattia rara come potenziali donatori di organi con un duplice obiettivo. Da un lato elaborare raccomandazioni per la gestione di queste particolari tipologie di trapianto. Dall’altro accertare per quali malattie rare il rischio può essere considerato standard”.

493 malattie neurologiche rare analizzate

Allo studio hanno preso parte esperti di genetica medica, medicina interna, malattie metaboliche, fisiopatologia, endocrinologia e altri ambiti clinici. “Avvalendoci del database di Orphanet, network internazionale di riferimento per le malattie rare, abbiamo analizzato 493 malattie neurologiche rare. Si tratta di un numero pari a circa il 10% di tutte le malattie rare, che comprende però oltre il 95% dei pazienti con le malattie neurologiche rare a rischio di morte” – ha spiegato il direttore scientifico dell’Ospedale della Santa Sede.

Siamo partiti da una rassegna della letteratura disponibile, case-report, esperienza personale e professionale specifica. Per ciascuna patologia presa in esame il gruppo di lavoro ha definito l’idoneità o la non idoneità alla donazione. Laddove l’esito è stato positivo, ci siamo successivamente concentrati sui singoli organi potenzialmente trapiantabili”.

La conclusione dello studio è che nei donatori affetti da una malattia neurologica rara a rischio di morte, circa l’80% degli organi risulta idoneo al trapianto. Il 7% risulta non adatto e il 14% adatto come non standard, con un rischio accettabile. Per quest’ultima categoria di organi è altamente raccomandato un follow-up specifico. Questi risultati segnano una svolta decisiva nell’ambito della donazione di organi“Ampliare il numero di donatori utilizzabili – conclude Dallapiccola – è fondamentale per rispondere alle necessità dei circa 8.000 pazienti in lista d’attesa per un trapianto”. 

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Malattia delle arterie: dormire poco raddoppia il rischio

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Secondo uno studio pubblicato sull’European Heart Journal dormire meno di cinque ore a notte si associa a un rischio raddoppiato di malattia vascolare delle arterie periferiche

Che una buona qualità del sonno fosse importante in termini di salute è qualcosa di ormai noto. Arrivano però sempre più studi che confermano tale teoria. Infatti, dormire meno di cinque ore a notte si associa a rischio quasi doppio di malattia vascolare delle arterie periferiche. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sull’European Heart Journal che ha coinvolto oltre 650.000 persone.

“Il nostro studio suggerisce che dormire sette-otto ore a notte è una buona abitudine per ridurre il rischio di questa condizione” – ha dichiarato il principale autore dello studio, Shuai Yuan, dell’istituto ‘Karolinska’ di Stoccolma. Oltre 200 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di arteriopatia periferica, una condizione in cui le arterie delle gambe sono ostruite, limitando il flusso sanguigno e aumentando il rischio di ictus e infarto.

Il procedimento

I ricercatori hanno analizzato le associazioni tra durata del sonno e sonnellino diurno con il rischio di arteriopatia periferica. Successivamente hanno utilizzato una tecnica chiamata ‘randomizzazione mendeliana’ per esaminare l’esistenza di un eventuale nesso di causa-effetto tra disturbi del sonno e arteriopatia periferica. È dunque emerso che dormire meno di cinque ore a notte si associa a un rischio quasi doppio di arteriopatia periferica rispetto alle sette-otto ore. Per quanto concerne l’esistenza di una associazione causa-effetto tra le due condizioni (sonno disturbato e arteriopatia periferica) si è visto che da un lato chi dorme poco ha un aumento del rischio di arteriopatia periferica; dall’altra chi già soffre di tale patologia ha una maggiore probabilità di dormire poco. In altri termini, un disturbo causa l’altro e viceversa

“Sono necessarie ulteriori ricerche su come interrompere l’esame bidirezionale tra sonno ridotto e arteriopatia periferica – spiega Yuan. I cambiamenti dello stile di vita che aiutano le persone a dormire di più, come l’essere fisicamente attivi, possono ridurre il rischio di sviluppare la condizione. Inoltre, per chi già ne soffre, la gestione del dolore associato alla malattia potrebbe consentire ai pazienti di dormire bene”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

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Streptococco B: studio spiega i numerosi benefici dei (prossimi) vaccini

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Il lavoro è opera dei ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine in uno studio pubblicato sulla rivista ‘Plos Medicine’

Lo Streptococco B è un batterio che può infettare (anche) le donne incinte e i loro bambini. Esso può causare sepsi e meningite nei neonato e talvolta portando a morte o disabilità. Si tratta di un batterio collegato ad un aumento dei rischi di natimortalità e nascite pretermine. Ora che i vaccini si stanno avvicinando all’approvazione, si ritiene necessaria una valutazione economica globale di un programma di immunizzazione globale. Un programma di vaccinazione, infatti, potrebbe portare a un risparmio considerevole in termini di costi sanitari, perdita di vite e disabilità. A questa conclusione è giunto un team di ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine in un lavoro pubblicato sulla rivista ‘Plos Medicine’.

Simon Procter, coordinatore del gruppo di ricerca in questione, ha sviluppato un modello per valutare l’efficacia in termini di costi dei vaccini contro lo Streptococco B in 140 milioni di donne incinte in 183 paesi. Innanzitutto il team ha utilizzato le recenti stime globali relative al carico sanitario del batterio nelle donne in gravidanza e nei loro figli. In un secondo momento hanno calcolato i costi stimati per i sistemi sanitari, considerando gli anni di vita persi a causa della mortalità infantile e della disabilità a lungo termine. Successivamente, sulla base delle caratteristiche che un vaccino dovrebbe avere (indicate dall’Oms), il team ha ipotizzato che si potrebbe prevenire l’infezione da Streptococco B nell’80% delle donne vaccinate. Secondo il team, inoltre, dovrebbero essere vaccinate quelle donne che ricevono almeno 4 visite prenatali.

Sulle base di tutte le valutazioni del caso, i ricercatori hanno concluso che la vaccinazione potrebbe evitare 127.000 casi di infezioni di Streptococco B infantili a esordio precoce. Ma non solo. Infatti, hanno ipotizzato anche che il vaccino eviterebbe 87.300 infezioni a esordio tardivo, 31.100 decessi, 17.900 casi di compromissione dello sviluppo neurologico e un totale di 23.000 nati morti. 

Secondo Procter “riducendo le infezioni gravi da Streptococco B un vaccino materno globale potrebbe prevenire migliaia di morti neonatali e nati morti ogni anno. I nostri risultati suggeriscono che la vaccinazione materna contro lo Streptococco B potrebbe essere economicamente vantaggioso nella maggior parte dei paesi. Speriamo che il nostro studio incoraggi gli ulteriori investimenti necessari per portare più vaccini sul mercato”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio. 

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Long Covid: mix Arginina e Vitamina C migliora alcuni sintomi

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È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico, pubblicato sulla rivista ‘Pharmacological Research’. Il lavoro ha coinvolto 20 Centri italiani

Il mix di Arginina e Vitamina C, dopo essersi rivelato efficace nel contrastare la perdita di forza muscolare nei pazienti post-Covid, ha dimostrato di migliorare in modo marcato anche altri sintomi legati al Long Covid. Tra questi, soprattutto insonnia e disturbi gastrointestinali. È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico, pubblicato sulla rivista ‘Pharmacological Research’.

Il lavoro, che ha coinvolto 20 Centri italiani tra università ed ospedali, è coordinato da un consorzio internazionale composto dall’Università ‘Federico II’ di Napoli, ‘l’Albert Einstein College’ di New York e il ‘Cardiovascular Research Center’ di Ahalst, in Belgio. Lo studio ha coinvolto in totale 1.390 pazienti con Long Covid, intervistati in relazione ai sintomi manifestati e divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha ricevuto una combinazione multivitaminica (tra cui Vitamina B, B1, B2, B6 e acido folico). Il secondo ha invece ricevuto il mix di Arginina e Vitamina C liposomiale

Il commento degli autori

Tra i principali autori dello studio c’è Gaetano Santulli, professore di Cardiologia dell’Albert Einstein College di New York. “Dopo 30 giorni abbiamo osservato che nell’87% dei pazienti che ha ricevuto il mix di Arginina e Vitamina C i disturbi gastrici erano assenti, rispetto al 64% dei pazienti a cui invece era stato somministrato il composto multivitaminico – ha spiegato Santulli. Allo stesso modo per l’insonnia il disturbo è risultato assente nell’80% dei pazienti trattati con il cocktail Arginina + Vitamina C, contro il 40% che ha ricevuto l’altro composto a base di Vitamina B”.

Anche Bruno Trimarco, professore di Cardiologia dell’Università Federico II di Napoli e co-autore dello studio ha rilasciato importanti dichiarazioni in merito. “È ormai noto che il Long Covid determina disturbi neurologici come l’insonnia. Colpisce inoltre l’intestino con lo sviluppo di sintomi gastrointestinali persistenti, come nausea, diarrea e dolori addominali – ha spiegato l’esperto. Tra i possibili meccanismi coinvolti – Ha aggiunto Trimarco – vi è l’alterazione della barriera ematoencefalica, costituita da cellule endoteliali, che può comportare una disregolazione del sistema neurovegetativo. Questa disfunzione altera il ritmo sonno-veglia con sviluppo dell’insonnia e implicazioni anche a livello gastrico-metabolico con l’insorgenza di nausea e crampi addominali”.

Secondo gli esperti, come riporta la nota dello studio, “L’arginina è un amminoacido essenziale. Presenta, infatti, molteplici funzioni nella reattività endoteliale i risposta all’esigenza dei diversi tessuti. Di conseguenza, ripristinare i valori di Arginina porta ad un miglioramento significativo dei sintomi associati alla sindrome post-infezione”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

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