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Conoscere l'oncologia

Focus sul cancro alla prostata – Intervista al Dott. Fornarini

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Nuova puntata di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Questa volta parliamo di cancro alla prostata insieme al Dott. Giuseppe Fornarini, Coordinatore DMT Neoplasie – Urologica Presso l’Ospedale Policlinico “San Martino” di Genova

Proseguono gli approfondimenti di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format di Italian Medical News focalizzato sull’approfondimento degli argomenti oncologici. Per farlo, intervisteremo specialisti provenienti da diverse zone dell’Italia e tratteremo numerosi temi riguardanti l’oncologia. Questa volta il focus si concentra sul cancro alla prostata, una forma di tumore diffusa tra gli uomini.

La prostata, una ghiandola esclusiva presente nel corpo maschile, svolge un ruolo cruciale nella produzione e nell’accumulo del liquido seminale. Posizionata anteriormente al retto, al di sotto della vescica, essa avvolge l’uretra, il piccolo condotto responsabile del trasporto dell’urina. Il cancro alla prostata rappresenta una delle neoplasie più frequenti nel sesso maschile, e per approfondire la comprensione di questo tema, la redazione di Italian Medical News ha scelto di intervistare un esperto del settore: il Dott. Giuseppe Fornarini, Coordinatore DMT Neoplasie – Urologica Presso l’Ospedale Policlinico “San Martino” di Genova.

Il cancro alla prostata in grandi linee

Dottore, può dirci in linee generali in cosa consiste il cancro alla prostata?

“Il carcinoma prostatico coinvolge la ghiandola prostatica, situata a livello pelvico e presente in tutti gli uomini con un peso di circa 20/30 grammi. Questa forma di cancro rappresenta una delle neoplasie più comuni, in particolare l’incidenza tende ad aumentare negli uomini over 50, con un picco che inizia a salire oltre i 60-65 anni. C’è da sottolineare che la neoplasia prostatica possa comunque avere un comportamento estremamente eterogeneo rispetto ad altre neoplasie, ad oggi la possibilità di cura è elevata, sebbene possano verificarsi effetti collaterali significativi”.

“Inoltre, nonostante la sua diffusione quasi pandemica tra gli uomini, la neoplasia prostatica presenta una bassa mortalità. Secondo dati americani, nel 2023 sono previsti circa 230.000 nuovi casi con circa 35.000 decessi cancro correlati ed una sopravvivenza a 5 anni in circa il 95% dei casi. In Italia sono attesi circa 36.000 nuovi caso l’anno rappresentando la prima neoplasia nel sesso maschile (19% dei tumori diagnosticati). Questa neoplasia è caratterizzata da una estrema eterogeneità, determinando, di fatto, un diverso grado di aggressività. In particolare l’istologia è già in grado di predire il successivo comportamento biologico: si va dall’adenocarcinoma acinare classico al carcinoma duttale ( forma molto più aggressiva). Esistono poi forme molto meno frequenti tra queste i carcinosarcomi, i carcinomi con differenziazione neuroendocrina, i carcinomi con differenziazione squamosa, il linfoma della prostata e, in età pediatrica, i rabdomiosarcomi, che colpiscono principalmente i bambini e sono molto più aggressivi”.

La forma più comune: l’adenocarcinoma acinare


Dottore, ha nominato l’adenocarcinoma acinare. È corretto affermare che esso rappresenta la tipologia di cancro alla prostata più diffuso? Inoltre come si attua la diagnosi?

“Si, il carcinoma acinare rappresenta la forma più comune di cancro alla prostata. Va notato che il cancro alla prostata in genere si manifesta quasi sempre senza sintomi evidenti. I sintomi a livello prostatico sono spesso associati a prostatiti e ipertrofia prostatica benigna, ma non direttamente al tumore, che rimane completamente asintomatico. Il ruolo del PSA è oggetto di dibattito, e non ci sono dati certi sulla sua efficacia come esame di screening adeguato. Una review pubblicata sul ‘New England Journal of Medicine’ ha recentemente fornito consigli e raccomandazioni, evidenziando che una visita urologica sopra i 50 anni dovrebbe essere considerata, almeno per valutare la necessità di ulteriori approfondimenti”.

“Per quanto riguarda il tumore prostatico, la forma acinare rappresenta quella più comune. La sua classificazione anatomopatologica si basa ancora su quella messa a punto negli anni 60′ dal medico americano  Dr Donald Gleason che stratifica la neoplasia in 5 gruppi. Si parla infatti di ‘Gleason score’.

“La diagnosi iniziale prevede innanzitutto una visita urologica seguita dal dosaggio del PSA ed un eventuale approfondimento radiologico che utilizza la risonanza magnetica multiparametrica: in caso di evidenza radiologica sospetta si procede con la biopsia guidata dalla stessa risonanza. Sulla base dello score di Gleason, della percentuale di tumore in ogni frustolo bioptico positivo e del PSA, si valuta il paziente per un trattamento, che può essere chirurgico, radioterapico o una combinazione di radioterapia e terapia ormonale. La stadiazione è determinata in base al Gleason e al PSA”.

Sintomi non specifici della malattia

Nonostante, come ha detto, questa tipologia di cancro è quasi asintomatica, c’è comunque qualche campanello d’allarme?

“Purtroppo, il tumore prostatico di solito procede in modo asintomatico. I sintomi spesso si correlano a problematiche prostatiche, che fortunatamente, nella stragrande maggioranza dei casi, sono correlati all’ipertrofia prostatica benigna. In fasi più avanzate, possono emergere vari sintomi, come tenesmo, emissione di sangue nelle urine e/o durante l’eiaculazione, e la presenza di dolori durante la minzione. L’esplorazione rettale, nei casi più avanzati, può rivelare una prostata indurita, indicando un tumore già esteso localmente. In ogni caso, consiglio sempre una visita urologica per i pazienti oltre i 50 anni. Tuttavia, è importante sottolineare che i sintomi, di per sé, non sono specifici della malattia”.

I principali fattori di rischio

Passiamo dai sintomi ai pericoli. Quali sono i principali fattori di rischio?

“Partirei dal più nuovo e al contempo il più importante: la familiarità. Circa il 25% dei pazienti con cancro alla prostata hanno parenti, zii, genitori, nonni etc. che hanno avuto un tumore della prostata. È ovvio che un paziente che ha avuto un papà che a 60 anni ha avuto un tumore alla prostata è opportuno che cominci dei controlli già all’età dei 40 anni. Noi sappiamo che l’incidenza può aumentare vertiginosamente in queste famiglie: in alcuni casi questo è dovuto dalla mutazione del gene BRCA. Questo gene non solo aumenta il rischio di tumori mammari, ovarici e pancreatici ma anche di quello alla prostata”

“Oltre al fattore familiarità, sappiamo anche che alcune popolazioni sono maggiormente colpite come i pazienti di razza africana. In generale le persone di colore possono presentare una maggiore incidenza, probabilmente per un assetto ormonale diverso alla razza caucasica ad esempio. Altre cause di rischio possono essere l’alimentazione o l’esposizione a metalli pesanti. In realtà, esclusa la familiarità nessuna di esse è stata identificata chiaramente come una causa che da sola potesse in qualche modo aumentare il rischio di carcinoma prostatico. In ogni caso una dieta sana, la riduzione dell’assunzione di grassi sicuramente può impattare in positivo su tutti i tipi di neoplasia”.

Considerazioni finali

Perfetto Dottore, tutto molto chiaro. Vuole aggiungere un commento finale?

“La neoplasia prostatica è una neoplasia che sta avendo degli sviluppi a 360°. Mi spiego. Le nuove tecniche di radioterapia stanno riducendo ad esempio il numero di sedute. Si è passato da 35 a 25 sedute standard, ma addirittura ad oggi si può arrivare anche ad un trattamento che si esaurisce ad una, massimo due settimane. La stessa chirurgia ha fatto passi da gigante: la robotica ha sicuramente ridotto l’incidenza delle sequele e delle comborbidità correlate alla chirurgia. Quindi il paziente ha una degenza operatoria di brevissimo periodo. Il tutto anche grazie ad una qualità chirurgica che è decisamente aumentata”

“Inoltre, desidero evidenziare le avanzate metodiche di imaging, come la PET PSMA, che ci consentono una stadiazione accurata con una sensibilità e specificità raramente riscontrate in altre neoplasie. Questo ci permette di distinguere sin dall’inizio tra pazienti metastatici e non metastatici. Approfondendo il discorso sulle terapie, è importante sottolineare il significativo impatto delle terapie ormonali di nuova generazione, che hanno notevolmente prolungato la vita dei pazienti con metastasi, contribuendo a ridefinire il panorama terapeutico. Attualmente, stiamo assistendo all’introduzione di nuovi farmaci e tecniche innovative. In particolare, si prevede l’arrivo imminente di un nuovo radiofarmaco, il Lutezio, che costituirà un ulteriore strumento nell’arsenale terapeutico dell’oncologo”.

“Concluderei con una frase: il tumore della prostata è un tumore che va gestito in maniera multidisciplinare. Dunque l’oncologo, il radioterapista e l’urologo devono collaborare per definire la migliore strategia terapeutica per ogni singolo paziente”.

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cancro alla prostata

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Carcinoma vescicale – Il caso clinico della Dott.ssa Consiglia Carella

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Continuano gli appuntamenti di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Questa il volta, la Dott.ssa Consiglia Carella – Clinica Oncologica dell’Ospedale ‘SS Annunziata’, (CH) – presenta un interessante caso clinico che vede protagonista un paziente affetto da carcinoma vescicale

Carcinoma Vescicale – il Caso Clinico della Dott.ssa Carella

‘Conoscere l’Oncologia’ è il format di Italian Medical News dedicato agli approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. Questa volta parleremo di cancro alla vescica, con particolare riferimento all’immunoterapia.

Il cancro vescicale si sviluppa quando le cellule che rivestono l’interno di questo organo subiscono una trasformazione maligna. La vescica ha il compito di raccogliere e immagazzinare l’urina filtrata dai reni prima dell’espulsione. Questa forma di cancro rappresenta circa il 3% di tutti i tumori e, nell’ambito dell’urologia, è classificata come la seconda forma più comune di tumore, subito dopo il cancro alla prostata.

In questo video, la Dott.ssa Consiglia Carella – Clinica Oncologica dell‘Ospedale ‘SS Annunziata’, (CH) – presenta un interessante caso relativo ad un paziente con carcinoma vescicale in una fase di setting di mantenimento, in assenza di tossicità.

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I gliomi cerebrali spiegati dal Dott. Andrea Sponghini

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In occasione del ‘World Cancer Day 2024’, celebratasi ieri 4 febbraio, approfondiamo i gliomi cerebrali insieme ad un grande esperto in materia: Il Dott. Andrea Pietro Sponghini

Ogni anno il 4 febbraio si celebra la Giornata mondiale contro il cancro, ‘World Cancer Day’, promossa dalla UICC – Union for International Cancer Control – e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La Giornata rappresenta un importante richiamo a riflettere su cosa Istituzioni e individui possono fare insieme per combattere il cancro.

‘Close the Care Gap’ (Colmare il gap sulla cura) è il tema al centro della campagna 2024. Lo slogan richiama l’attenzione sull’importanza della comprensione e del riconoscimento delle disuguaglianze nella cura del cancro in tutto il mondo. Disuguaglianze che purtroppo esistono anche per la seguente neoplasia: il glioma cerebrale. I gliomi cerebrali sono dei tumori che originano dalle cellule della glia, o cellule gliali, che regolano e coadiuvano lo sviluppo dei neuroni, e che si possono sviluppare in qualsiasi distretto del sistema nervoso centrale. Per saperne di più su questa tipologia di tumore, Italian Medical News ha intervistato un esperto del settore: Il Dott. Andrea Pietro Sponghini, Responsabile degenza della S.C.D.U. di Oncologia presso l’A.O.U. ‘Maggiore della Carità’ di Novara.

Il glioma cerebrale: un tumore tanto raro quanto pericoloso

Dottore, può dirci in cosa consiste il glioma cerebrale?

I gliomi cerebrali sono tumori che interessano il sistema nervoso centrale. Non si tratta di tumori che occupano i neuroni, cioè le cellule principali del sistema nervoso, bensì tutte quelle cellule che servono come sostegno ai neuroni ed in generale alle cellule principali. Esempi di questa tiplogia di cancro sono gli astrocitomi, ependimomi, oligodedrogliomi, gliomi misti etc. L’importante è che si capisca che la malattia comprende questo gruppo di cellule, e non quelle principali”.

“Per fortuna i gliomi cerebrali non rappresentano una categoria con un elevato numero di casi; si parla di un tasso di incidenza che si attesta intorno a 6 casi ogni 100.000 abitanti all’anno. Questi numeri non sono paragonabili, ad esempio, a quelli delle neoplasie mammarie, che sono più elevati. Tuttavia, nonostante la loro relativa rarità, i tumori cerebrali possono colpire una varietà di fasce d’età, coinvolgendo sia giovani adulti che adulti, e persino bambini. Nel contesto odierno, ci concentreremo principalmente sulle neoplasie cerebrali degli adulti. Il glioma cerebrale, inoltre, può essere classificato in quattro gradi principali, variando dal grado uno, meno aggressivo, al grado quattro, il più aggressivo.

Una sintomatologia ‘sfumata’

Si tratta di una patologia sintomatica?

“Si, I tumori cerebrali possono presentare segni, ma spesso, soprattutto nelle fasi iniziali, si manifestano con sintomi sfumati. Per ‘sfumati’ intendo il fatto che noi oncologi non possiamo immediatamente identificare un paziente con sospetto di tumore cerebrale basandoci su un singolo segno, poiché i sintomi iniziali possono essere vaghi. Ad esempio, possono verificarsi cefalee, episodi di vomito a getto o, nei bambini, deformazioni craniche. Si possono anche osservare cambiamenti nell’umore, con pazienti che diventano irritabili o soffrono di insonnia incoercibile. Altri sintomi del glioma cerebrale includono disturbi del linguaggio, come l’afasia (incapacità di pronunciare alcune parole) o l’amnesia (momenti di dimenticanza). Alcune patologie, come le crisi epilettiche, possono comparire come epifenomeno associato”.

“I sintomi dei tumori cerebrali compaiono in base all’area specifica dell’encefalo, ossia del cervello, che è interessata dalla formazione e dalla crescita del tumore. Ad esempio, se il glioma si sviluppa nelle vicinanze dell’area del linguaggio, i pazienti potrebbero manifestare fin da subito problemi linguistici. In sostanza, tutto dipende dalla parte del cervello colpita. È importante sottolineare che, inizialmente, individuare il sospetto di una neoplasia non è semplice. I sintomi sono presenti, ma è necessario identificarli attentamente per comprendere la natura del problema”.

Diagnosi e fattori di rischio

Come si attua invece una corretta diagnosi per questa neoplasia?

“Una volta sospettato un possibile caso, il primo passo consiste in un esame neurologico mirato. Per quanto riguarda gli esami strumentali, si utilizzano la tomografia computerizzata (TAC) encefalica e soprattutto la risonanza magnetica, che può essere integrata con la spettroscopia per una maggiore precisione nella comprensione del sospetto di glioma cerebrale. È chiaro che, di fronte a una diagnosi con una lesione cerebrale, si presentano due possibili approcci: la biopsia per tipizzare il tipo di tumore, oppure, se si sospetta una neoplasia di alto grado, l’intervento chirurgico.”

È possibile individuare delle cause, o comunque dei principali fattori di rischio?

“Anche nel 2024, individuare vere cause o fattori di rischio definitivi per il glioma cerebrale rimane una sfida. L’unica eccezione riguarda i tumori cerebrali nei bambini, dove entrano in gioco fattori come l’ereditarietà e, di conseguenza, sindromi genetiche. Nel caso degli adulti, spesso si tratta di tumori definiti ‘sporadici’. Naturalmente, possono esistere fattori familiari o, ad esempio, cause legate all’esposizione a radiazioni ionizzanti o campi magnetici di forte intensità. Tuttavia, al momento attuale, non disponiamo ancora di una comprensione certa delle cause profonde e chiare legate a questa neoplasia”.

Gli attuali trattamenti e una ricerca ancora in difficoltà

Quali sono invece le attuali terapie per questa neoplasia?

“Il primo approccio, quando possibile, è di tipo chirurgico, dunque neurochirurgico. Negli ultimi 20 anni le tecniche sono decisamente migliorate. Si possono infatti effettuare degli interventi che anni fa erano impensabili. Si deve tenere conto del fatto che quando si operano zone del cervello, il rischio di causare danni permanenti sia sul linguaggio, sia sulle movenze fisiche, è molto elevato. Quindi ci sono delle sedi profonde, delle zone dell’encefalo, che devono essere toccate con molta maestria e attenzione. In sostanza l’approccio chirurgico oggi è la tecnica di elezione.

“Poi abbiamo l’approccio radioterapico, che può essere singolo (cioè senza intervento chirurgico precedente) oppure integrato (chirurgia + radioterapia). Oppure ci può essere la radio-chemioterapia con l’ausilio della temozolomide. Nei casi peggiori si possono utilizzare terapie prettamente oncologiche a base di farmaci. Tutto questo per cercare di ottenere il meglio. È chiaro che tutti i gliomi sono neoplasie che non possono portare purtroppo alla guarigione totale del paziente. Anzi, soprattutto nelle forme più aggressive la sopravvivenza è limitata nel tempo”.

“Per quanto riguarda la ricerca, nonostante i tantissimi sforzi internazionali, non abbiamo nuovissimi farmaci in questo campo, proprio per la difficoltà di utilizzo in un’area cosi delicata come quella del cervello. Anche l’immunoterapia, nonostante il successo riscosso in diverse neoplasie come il polmone o il melanoma, non ha avuto altrettanto impatto nei gliomi. Tuttavia, mantengo fiducia e spero che nei prossimi anni emergano nuove terapie e nuove prospettive per affrontare questa sfida.”

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L’immunoterapia nel cancro alla vescica – il Caso Clinico del Prof. De Tursi

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Proseguono gli appuntamenti di ‘Conoscere l’Oncologia’, il format dedicato agli approfondimenti oncologici. Questa il volta, il Prof. Michele De Tursi – Docente di Oncologia Medica presso l’Università “G. D’Annunzio”, Chieti-Pescara – presenta un particolare caso clinico


L’immunoterapia nel cancro alla vescica

‘Conoscere l’Oncologia’ è il format di Italian Medical News dedicato agli approfondimenti oncologici. Per farlo, intervisteremo diversi specialisti provenienti da tutta Italia, trattando numerosi temi riguardanti l’oncologia. Questa volta parleremo di cancro alla vescica, con particolare riferimento all’immunoterapia.

Il cancro alla vescica è caratterizzato dalla trasformazione maligna delle cellule che rivestono la superficie interna di questo organo, responsabile della raccolta dell’urina filtrata dai reni prima dell’eliminazione. Questa forma di cancro costituisce circa il 3% di tutti i tumori e, nel campo dell’urologia, si posiziona al secondo posto dopo il tumore alla prostata.

Il sistema immunitario, secondo solo al sistema nervoso in complessità, è fondamentale per difenderci da materiali e cellule estranee. Tuttavia, il cancro, caratterizzato dalla crescita incontrollata di cellule normali, può sfuggire al rilevamento immunitario. L’immunoterapia, che rafforza e potenzia il sistema immunitario, è un approccio cruciale per contrastare il cancro, compreso il cancro alla vescica.

In questo video, il Prof. Michele De Tursi – Docente di Oncologia Medica presso l’Università “G. D’Annunzio”, Chieti-Pescara – presenta un recente caso clinico che evidenzia l’importanza dell’immunoterapia nel trattamento del carcinoma vescicale, sottolineando, in particolare, la rilevanza della valutazione della risposta.

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