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Long Covid: mix Arginina e Vitamina C migliora alcuni sintomi

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È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico, pubblicato sulla rivista ‘Pharmacological Research’. Il lavoro ha coinvolto 20 Centri italiani

Il mix di Arginina e Vitamina C, dopo essersi rivelato efficace nel contrastare la perdita di forza muscolare nei pazienti post-Covid, ha dimostrato di migliorare in modo marcato anche altri sintomi legati al Long Covid. Tra questi, soprattutto insonnia e disturbi gastrointestinali. È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico, pubblicato sulla rivista ‘Pharmacological Research’.

Il lavoro, che ha coinvolto 20 Centri italiani tra università ed ospedali, è coordinato da un consorzio internazionale composto dall’Università ‘Federico II’ di Napoli, ‘l’Albert Einstein College’ di New York e il ‘Cardiovascular Research Center’ di Ahalst, in Belgio. Lo studio ha coinvolto in totale 1.390 pazienti con Long Covid, intervistati in relazione ai sintomi manifestati e divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha ricevuto una combinazione multivitaminica (tra cui Vitamina B, B1, B2, B6 e acido folico). Il secondo ha invece ricevuto il mix di Arginina e Vitamina C liposomiale

Il commento degli autori

Tra i principali autori dello studio c’è Gaetano Santulli, professore di Cardiologia dell’Albert Einstein College di New York. “Dopo 30 giorni abbiamo osservato che nell’87% dei pazienti che ha ricevuto il mix di Arginina e Vitamina C i disturbi gastrici erano assenti, rispetto al 64% dei pazienti a cui invece era stato somministrato il composto multivitaminico – ha spiegato Santulli. Allo stesso modo per l’insonnia il disturbo è risultato assente nell’80% dei pazienti trattati con il cocktail Arginina + Vitamina C, contro il 40% che ha ricevuto l’altro composto a base di Vitamina B”.

Anche Bruno Trimarco, professore di Cardiologia dell’Università Federico II di Napoli e co-autore dello studio ha rilasciato importanti dichiarazioni in merito. “È ormai noto che il Long Covid determina disturbi neurologici come l’insonnia. Colpisce inoltre l’intestino con lo sviluppo di sintomi gastrointestinali persistenti, come nausea, diarrea e dolori addominali – ha spiegato l’esperto. Tra i possibili meccanismi coinvolti – Ha aggiunto Trimarco – vi è l’alterazione della barriera ematoencefalica, costituita da cellule endoteliali, che può comportare una disregolazione del sistema neurovegetativo. Questa disfunzione altera il ritmo sonno-veglia con sviluppo dell’insonnia e implicazioni anche a livello gastrico-metabolico con l’insorgenza di nausea e crampi addominali”.

Secondo gli esperti, come riporta la nota dello studio, “L’arginina è un amminoacido essenziale. Presenta, infatti, molteplici funzioni nella reattività endoteliale i risposta all’esigenza dei diversi tessuti. Di conseguenza, ripristinare i valori di Arginina porta ad un miglioramento significativo dei sintomi associati alla sindrome post-infezione”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

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Rumore del traffico fa salire la pressione: arriva la conferma

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Il dato emerge da uno studio condotto dalle Università di Oxford e Pechino e pubblicato sulla rivista ‘JACC: Advances’

Chi abita in zone molto trafficate ha talvolta la sensazione che il rumore gli stia facendo esplodere la testa. Una ragione in realtà c’è. Uno studio condotto dalle Università di Pechino e Oxford ha dimostrato come il rumore del traffico, da solo, è sufficiente ad aumentare il rischio di ipertensione, cioè di pressione alta. I risultati della ricerca sono pubblicati sulla rivisita scientifica specializzata in salute cardiovascolare: JACC: Advances.

Più che di una scoperta vera e propria si tratta di una conferma. Da tempo infatti si ipotizza vi sia un legame tra l’esposizione continua al rumore delle auto in movimento e probabilità più elevate di sviluppare problemi di pressione. Occorrevano, però, prove più consistenti su questo legame, e restava da comprendere se l’effetto dipendesse soltanto dall’inquinamento acustico o anche da quello atmosferico. 

Lo studio prospettico

Nel nuovo lavoro, Jing Huang, scienziato esperto di salute ambientale alla Peking University (Pechino), ha realizzato uno studio prospettico (ovvero che monitora l’evoluzione di un parametro del tempo) utilizzando i dati di 240.000 persone tra i 40 e i 69 anni estratti dallo UK Biobank, un database punto di riferimento per le ricerche mediche. I partecipanti scelti inizialmente non soffrivano di ipertensione. Gli scienziati hanno stimato la quantità di rumore a cui erano esposti, verificando i dati sull’inquinamento acustico nella loro area residenziale e li hanno seguiti nel tempo per un periodo mediano di 8,1 anni, osservando chi nel frattempo avesse avuto episodi di pressione alta.

Nell’arco di tempo analizzato, non solo chi viveva in una via esposta al rumore del traffico aveva sviluppato con maggiori probabilità l’ipertensione, ma il rischio sembrava essere aumentato pari passo con la quantità di rumore ricevuta. Tale collegamento diretto si è dimostrato valido anche isolando l’effetto da quello provocato invece dallo smog. Di certo chi oltre ad essere sottoposto all’inquinamento acustico respira elevate quantità di polveri sottoli corre il rischio di ipertensione più elevato in assoluto. 

Intervenire sulle fonti di rumore più assordanti potrebbe migliorare la salute cardiovascolare dei cittadini. Inoltre, di conseguenza, potrebbe prevenire ulteriori costose misure sanitarie. Serviranno ulteriori studi per approfondire il meccanismo attraverso il quale l’inquinamento acustico favorisce l’ipertensione, ma è ormai evidente il collegamento causa-effetto.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio. 

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Ipertensione: funziona la tecnica della denervazione renale

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La denervazione renale rappresenta una soluzione alternativa al problema dell’ipertensione. Ne parla una ricerca pubblicata su ‘Jama Cardiology’

Un dispositivo per il rilascio di ultrasuoni che disattivano alcune terminazioni nervose che si trovano lungo le pareti esterne delle arterie renali. In altri termini, la cosiddetta denervazione renale. Una vera e propria soluzione alternativa al problema dell’ipertensione, da utilizzare quando i farmaci non sembrano sufficienti a riportare i valori di massima e minima nella norma. Una ricerca condotta dall’Università della Columbia e pubblicata su Jama Cardiology dimostra l’efficacia dell’approccio. Gli ultrasuoni riescono infatti a ridurre mediamente di oltre 8 punti i valori pressori nei soggetti di mezza età.

I dato presentati nello studio si riferiscono ad oltre 500 pazienti in età adulta, con ipertensione di vario grado e sottoposti a trattamenti farmacologici, ottenuti in tre diversi trial. Rispetto al gruppo di controllo (che si è limitato a proseguire il trattamento precedente) il numero di pazienti che ha raggiunto l’obiettivo dei 135/85 millimetri di mercurio è stato doppio. “Il risultato – rileva Ajay Kirtane, tra gli autori dello studio – è quasi identico nei diversi gruppi d studio. Ciò dimostra definitivamente che il dispositivo può abbassare la pressione sanguigna in un’ampia popolazione di pazienti”.

La denervazione renale spegne l’attività del sistema nervoso simpatico che influenza direttamente il sistema nervoso. I segnali nervosi diretti ai reni contribuiscono a regolare il flusso sanguigno renale, la ritenzione dei sali e l’attivazione del sistema renina-angiotensina, che interagisce con la pressione. I segnali che invece dai reni vanno verso il sistema nervoso mettono in moto meccanismi che favoriscono l’aumento pressorio. I soggetti trattabili con la denervazione renale sono quelli con ipertensione resistente. Si tratta di quei soggetti con un controllo non soddisfacente dei livelli di pressione sistolica e diastolica anche utilizzando diversi farmaci. 

Per maggiori informazioni in merito clicca qui e leggi l’estratto originale dello studio.

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Malattia delle arterie: dormire poco raddoppia il rischio

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Secondo uno studio pubblicato sull’European Heart Journal dormire meno di cinque ore a notte si associa a un rischio raddoppiato di malattia vascolare delle arterie periferiche

Che una buona qualità del sonno fosse importante in termini di salute è qualcosa di ormai noto. Arrivano però sempre più studi che confermano tale teoria. Infatti, dormire meno di cinque ore a notte si associa a rischio quasi doppio di malattia vascolare delle arterie periferiche. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sull’European Heart Journal che ha coinvolto oltre 650.000 persone.

“Il nostro studio suggerisce che dormire sette-otto ore a notte è una buona abitudine per ridurre il rischio di questa condizione” – ha dichiarato il principale autore dello studio, Shuai Yuan, dell’istituto ‘Karolinska’ di Stoccolma. Oltre 200 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di arteriopatia periferica, una condizione in cui le arterie delle gambe sono ostruite, limitando il flusso sanguigno e aumentando il rischio di ictus e infarto.

Il procedimento

I ricercatori hanno analizzato le associazioni tra durata del sonno e sonnellino diurno con il rischio di arteriopatia periferica. Successivamente hanno utilizzato una tecnica chiamata ‘randomizzazione mendeliana’ per esaminare l’esistenza di un eventuale nesso di causa-effetto tra disturbi del sonno e arteriopatia periferica. È dunque emerso che dormire meno di cinque ore a notte si associa a un rischio quasi doppio di arteriopatia periferica rispetto alle sette-otto ore. Per quanto concerne l’esistenza di una associazione causa-effetto tra le due condizioni (sonno disturbato e arteriopatia periferica) si è visto che da un lato chi dorme poco ha un aumento del rischio di arteriopatia periferica; dall’altra chi già soffre di tale patologia ha una maggiore probabilità di dormire poco. In altri termini, un disturbo causa l’altro e viceversa

“Sono necessarie ulteriori ricerche su come interrompere l’esame bidirezionale tra sonno ridotto e arteriopatia periferica – spiega Yuan. I cambiamenti dello stile di vita che aiutano le persone a dormire di più, come l’essere fisicamente attivi, possono ridurre il rischio di sviluppare la condizione. Inoltre, per chi già ne soffre, la gestione del dolore associato alla malattia potrebbe consentire ai pazienti di dormire bene”.

Clicca qui per leggere l’estratto originale dello studio.

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